Intimidazioni, torce nel buio e messaggi di morte: la funzionaria della commissione parlamentare racconta l’incubo che sta vivendo.
Reggio Emilia – La nebbia della Bassa reggiana ha sempre celato storie inquietanti, ma quella della sera del 14 dicembre 2025 nascondeva qualcosa di particolarmente sinistro. Mentre l’umidità avvolgeva le strade deserte di Brescello, una figura con una torcia si aggirava davanti all’abitazione di Catia Silva, l’ex consigliera comunale oggi alla guida della segreteria della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena morto in circostanze misteriose il 6 marzo 2013.
Le immagini delle telecamere di sorveglianza, mandate in onda nella trasmissione “Lo stato delle cose” condotta da Massimo Giletti, mostrano una scena che sembra uscita da un film noir: una sagoma che si muove nel grigio della sera, una luce che fende l’oscurità e poi il suono del citofono. Quando Silva risponde, dall’altra parte arriva una sola parola, pronunciata con freddezza calcolata: “Morirai”. Poi il silenzio e il buio che inghiotte l’inquietante visitatore.
Per capire la gravità di quanto sta accadendo bisogna fare un passo indietro. Catia Silva non è una persona qualunque. È una donna che ha già pagato un prezzo altissimo per il suo impegno civile. Nel 2009, quando pochi osavano parlare apertamente di ‘ndrangheta in Emilia, lei iniziò a denunciare pubblicamente la presenza delle cosche calabresi a Brescello. Le conseguenze non tardarono ad arrivare: minacce pesanti, intimidazioni continue, una vita trasformata in un incubo quotidiano.
Quel coraggio portò però a risultati concreti. Nel processo che seguì, furono condannati Salvatore Grande Aracri di Brescello e Alfonso Diletto a 6 mesi di reclusione, oltre a Girolamo Rondinelli e Salvatore Frijo che si beccarono 4 mesi e mezzo ciascuno. Le condanne vennero aggravate dal riconoscimento del metodo mafioso. Era il 2009, e per qualche anno sembrava che l’incubo fosse finito.
Ma negli ultimi mesi del 2025, la situazione è precipitata di nuovo. Silva, dopo anni dedicati alla battaglia contro la criminalità organizzata nel suo territorio, ha assunto un ruolo delicatissimo: è diventata la responsabile della segreteria della Commissione parlamentare che sta riesaminando la morte di David Rossi, il dirigente di Banca Monte dei Paschi trovato morto sotto le finestre del suo ufficio a Siena nel marzo 2013.
Le prime avvisaglie sono arrivate tra settembre e ottobre. Silva ha ricevuto due telefonate anonime sul suo numero fisso di casa, un numero che lei stessa sottolinea essere conosciuto da pochissime persone. Durante la seconda chiamata, il 21 settembre, una voce le ha detto con tono inequivocabile: “Non andate avanti e state attenti”. Parole che Silva ha immediatamente collegato al lavoro che sta svolgendo nella Commissione. Il 19 ottobre ha sporto la prima denuncia ai carabinieri di Brescello.
Ma l’episodio più drammatico doveva ancora arrivare. La sera del 14 dicembre, quella della figura con la torcia e del messaggio di morte al citofono. Il giorno dopo, Silva si è presentata nuovamente al comando dei carabinieri di Reggio Emilia per denunciare l’accaduto. Questa volta la Procura ha deciso di agire con determinazione: il Pm Isabella Chiesi ha disposto il sequestro immediato dell’hard disk del sistema di videosorveglianza dell’abitazione di Silva. I carabinieri di Brescello hanno eseguito il sequestro il 23 dicembre, acquisendo il materiale come corpo di reato.
Per comprendere il perché di queste intimidazioni bisogna guardare a ciò che sta emergendo dal lavoro della Commissione parlamentare. Pochi giorni prima dell’episodio del 14 dicembre, la Commissione presieduta dal deputato reggiano Gianluca Vinci (Fratelli d’Italia) aveva ufficialmente annunciato una svolta clamorosa: secondo i parlamentari, David Rossi non si è suicidato, ma è stato ucciso. L’ipotesi del suicidio, sostenuta per anni dalle indagini ufficiali, viene definitivamente accantonata.
E qui entrano in gioco elementi inquietanti che collegano la morte di Rossi alla criminalità organizzata calabrese presente in Emilia. La Commissione ha infatti rivolto la sua attenzione verso Mantova, più precisamente verso una filiale bancaria di Viadana. In quella banca era presente un conto corrente formalmente intestato a terzi, ma in realtà utilizzato da Salvatore Grande Aracri, lo stesso personaggio condannato per ‘ndrangheta nel processo “Grimilde” e che nel 2009 aveva minacciato proprio Catia Silva.
Ma c’è di più ed è questo il particolare che fa gelare il sangue. In quella filiale di Viadana c’era un certificato di deposito il cui numero venne digitato sul cellulare di David Rossi la sera stessa in cui morì. Una coincidenza? Per la Commissione parlamentare no. È un elemento che apre scenari nuovi e terribili sulla morte del dirigente senese.
Quando le viene chiesto chi possa essere l’autore delle minacce, Catia Silva risponde con la lucidità di chi conosce perfettamente il territorio e le dinamiche criminali che lo attraversano. “Nella sera del 14 dicembre c’era la nebbia, non quella prima e non quella dopo”, spiega con precisione investigativa. “Per me si tratta di qualcuno che non è arrivato da Siena, ma dalla zona. La ‘ndrangheta ha bisogno di politici e bancari per operare”.
È un’affermazione pesante, che disegna uno scenario in cui la criminalità organizzata calabrese si è infiltrata non solo nel tessuto sociale dell’Emilia, ma anche nel sistema finanziario, creando connessioni pericolose tra il mondo bancario e quello mafioso. E quando queste connessioni rischiano di essere portate alla luce, qualcuno è disposto a tutto pur di mantenerle nell’ombra.
Silva non nasconde la paura che prova. “Da anni non ricevevo più minacce così pesanti”, ammette con franchezza. “Nessuno sapeva della mia attività di approfondita investigazione dentro la Commissione, che comporta lettura di atti e indagini. Non nascondo di avere paura, ma andrò avanti”. E aggiunge con determinazione: “Siamo convinti di avere imboccato la pista giusta: evidentemente qualcuno non vuole essere toccato”.
Dopo le denunce e la pubblicazione delle prime notizie sulla stampa locale, le istituzioni hanno reagito con tempestività. Il nuovo questore di Reggio Emilia, Carmine Soriente, ha contattato personalmente il presidente della Commissione Vinci, offrendo “disponibilità e ascolto”. Anche il comandante dei carabinieri di Brescello si è attivato immediatamente. Silva esprime gratitudine per questa mobilitazione: “Voglio esprimere loro un ringraziamento per essersi interessati”.
Ma non è solo una questione di protezione personale. L’ufficio di presidenza della Commissione parlamentare ha deliberato una serie di iniziative investigative specifiche per fare luce sugli episodi di intimidazione. “Abbiamo deciso di valutare iniziative investigative come l’acquisizione delle celle telefoniche e delle telecamere sulle statali di Brescello”, spiega il presidente Vinci, “oltre all’acquisizione delle targhe in uscita dai caselli autostradali limitrofi”.
L’obiettivo è chiaro: identificare chi si è mosso quella sera nella nebbia, ricostruire i suoi spostamenti, capire da dove sia arrivato e soprattutto per conto di chi agiva. Per il deputato Vinci, che sottolinea come sia stata colpita la sua “più stretta collaboratrice”, non ci sono dubbi sulla gravità della situazione: “O si tratta di uno degli attori di quello che noi definiamo un omicidio, oppure di qualcuno che era in quella stanza o che è interessato a non far procedere i lavori della Commissione”.
Quello che emerge da questa vicenda è un intreccio inquietante tra criminalità organizzata, sistema bancario e possibili coperture istituzionali. La presenza di un conto riconducibile ad ambienti ‘ndranghetisti in una banca della provincia di Mantova, il certificato di deposito il cui numero compare sul cellulare di Rossi la sera della sua morte, le minacce a chi sta cercando di fare luce su questi collegamenti: sono tutti pezzi di un puzzle che sta lentamente componendosi.
La ‘ndrangheta calabrese ha da tempo esteso i suoi tentacoli nell’Emilia ricca e produttiva, infiltrandosi non solo nell’economia legale ma anche, come questa vicenda sembra dimostrare, nel sistema finanziario. E quando qualcuno prova a portare alla luce queste connessioni, come sta facendo Catia Silva attraverso il suo lavoro nella Commissione parlamentare, scattano meccanismi di intimidazione collaudati e spietati.
Catia Silva si trova oggi in una posizione estremamente delicata. Da un lato c’è il suo impegno per fare chiarezza su una morte che dopo tredici anni continua a sollevare interrogativi inquietanti. Dall’altro c’è la sua stessa sicurezza personale, messa a rischio da chi evidentemente ha molto da perdere se la verità venisse a galla.
Ma Silva ha già dimostrato in passato di non essere una persona che si lascia intimidire facilmente. Lo ha fatto nel 2009 quando denunciò la ‘ndrangheta a Brescello, pagando un prezzo altissimo. Lo sta facendo ora, nonostante le intimidazioni si siano intensificate in modo preoccupante.
“Evidentemente abbiamo imboccato la strada giusta”, ripete con convinzione. “E qualcuno preferisce che certe verità restino sepolte”. Ma Silva, insieme alla Commissione parlamentare, sembra determinata a disseppellire quelle verità, costi quel che costi.
La nebbia di Brescello quella sera del 14 dicembre nascondeva più di una semplice minaccia. Nascondeva la conferma che qualcuno ha molto da temere dalle indagini in corso. E che la morte di David Rossi, avvenuta tredici anni fa sotto le finestre del suo ufficio a Siena, potrebbe essere solo la punta di un iceberg fatto di connivenze, criminalità e segreti che qualcuno è disposto a difendere con ogni mezzo.