Condannato all’ergastolo l’uomo che uccise la madre per intascare la pensione

La Corte d’Assise ha ritenuto colpevole Stefano Emilio Garini: l’uomo aveva occultato il cadavere sulle rive del Ticino.

Novara – Un agente immobiliare milanese di 62 anni è stato condannato al carcere a vita dalla Corte d’Assise di Novara per l’omicidio della madre ottantanovenne. Stefano Emilio Garini dovrà scontare l’ergastolo per aver tolto la vita a Liliana Agnani, i cui resti scheletrici vennero scoperti nell’autunno 2022 lungo le sponde del fiume Ticino, nella località di San Martino di Trecate.

L’imputato, attualmente recluso nel penitenziario di Ivrea, rispondeva di molteplici accuse: assassinio con premeditazione e aggravante dei legami parentali, occultamento della salma, frode ai danni delle istituzioni pubbliche, riciclaggio dei proventi illeciti e falsificazione documentale. Secondo la ricostruzione accusatoria, il movente sarebbe stato di natura economica: appropriarsi della pensione dell’anziana genitrice e mantenere il diritto sull’alloggio di edilizia residenziale pubblica che lei occupava nel capoluogo lombardo.

La complessa vicenda giudiziaria ha avuto inizio nell’ottobre 2022, quando alcuni escursionisti scoprirono frammenti ossei in un’area naturale protetta della provincia novarese. Gli specialisti del dipartimento di Antropologia forense dell’ateneo milanese riuscirono a identificare la vittima grazie a un dispositivo medico – una protesi spinale – rimasto intatto tra due vertebre lombari.

Si trattava di Liliana Agnani, nata nel 1933, della quale non esistevano segnalazioni di scomparsa. Quando il personale sanitario che l’aveva in cura tentò di contattare il figlio per informazioni, questi fornì dichiarazioni mendaci: sostenne che la genitrice stesse bene e si trovasse ospite di un fratello in territorio veneto. Verifiche successive rivelarono che il parente citato era deceduto da tempo.

Le investigazioni degli inquirenti stabilirono che nella sera del 18 maggio 2022 l’imputato si era recato con la madre nella zona fluviale dove successivamente vennero rinvenuti i resti mortali. L’ipotesi della pubblica accusa indica che in quella circostanza la donna sarebbe stata soppressa e il corpo abbandonato lungo l’argine. La difesa aveva tentato di sostenere la tesi del decesso per cause naturali, evidenziando l’impossibilità di determinare con certezza le modalità della morte. Tuttavia, i magistrati hanno respinto questa versione dei fatti, ritenendo provata la responsabilità penale dell’uomo.