Filadelfo Aparo, il “radar” della Mobile ucciso dalla mafia

La vita, il coraggio e la dedizione del vicebrigadiere che la malavita temeva più di ogni altro.

Palermo – La mattina dell’11 gennaio 1979 a Palermo sembrava una giornata qualunque per Filadelfo Aparo. Il vicebrigadiere di polizia stava godendosi gli ultimi giorni di una licenza premio guadagnata dopo la recente promozione. Poco dopo le otto e mezzo uscì dall’appartamento nel rione Medaglie d’oro e si diresse verso la sua automobile parcheggiata vicino a piazza Tenente Anelli. Dal balcone, la moglie Maria e il figlio maggiore Vincenzo lo salutarono. Non avrebbero mai immaginato che quelli sarebbero stati gli ultimi istanti di vita di Filadelfo.

Quattro sicari a bordo di una Fiat 128 rossa aspettavano proprio quel momento. Appena lo videro, aprirono il fuoco con lupara e pistole calibro 38, scaricandogli addosso una raffica mortale. I proiettili lo colpirono al viso, alla schiena, all’addome e al fianco. Nonostante fosse abilissimo con la pistola, Aparo non ebbe nemmeno il tempo di estrarre l’arma. Morì davanti agli occhi dei familiari. Maria aveva trentasei anni, i figli erano poco più che bambini: Vincenzo, dieci anni, Francesca, cinque, Maurizio, appena dodici mesi. Lui ne aveva quarantaquattro.

Nato a Lentini, nella piana di Catania, il 15 settembre 1935, Filadelfo aveva scelto la divisa a vent’anni. Dopo esperienze a Bari, Taranto e Nettuno, era tornato in Sicilia destinato alla Squadra Mobile di Palermo, prima nella sezione antirapina e successivamente nei Catturandi. Le sue capacità erano straordinarie: possedeva una memoria fotografica eccezionale che lo rendeva un archivio umano capace di riconoscere volti e dettagli con precisione assoluta. Il fiuto investigativo era altrettanto prodigioso. I colleghi lo soprannominarono “radar” per la sua abilità nel fornire indicazioni decisive durante le indagini.

La sua carriera era costellata di successi. Nel 1969 aveva ottenuto un avanzamento di grado, nel 1978 un encomio solenne dopo aver riconosciuto due latitanti pericolosi, bloccato la loro vettura e arrestati entrambi al termine di una violenta colluttazione. Le cronache dell’epoca raccontano episodi quasi leggendari, come l’arresto di un ricercato all’interno di un cinema del centro: Aparo gli si sedette accanto, gli sussurrò all’orecchio di non fare rumore per non attirare l’attenzione, gli mise le manette coprendole con il cappotto e uscì dalla sala braccio a braccio con lui.

Dietro la figura del poliziotto inflessibile c’era però un uomo semplice e sensibile, sempre disponibile con chiunque. Con la moglie Maria Ciculla aveva costruito una vita normale nel modesto appartamento della zona orientale di Palermo. Accompagnava i figli a scuola, li portava al cinema, cercava sempre di ritagliare tempo per loro nonostante gli impegni. Era un padre presente e attento.

La notizia dell’assassinio di uno degli investigatori più stimati della Questura scatenò il caos. Palermo venne blindata con decine di posti di blocco, elicotteri sorvolarono la città per controllare ogni movimento. Proprio un elicottero individuò poco dopo l’agguato la Fiat 128 rossa abbandonata e incendiata in un agrumeto di borgata Pagliarelli, sulla strada verso Altofonte.

Meno di un mese dopo, il 2 febbraio, finì in manette Giuseppe Ferrante, ventitreenne venditore ambulante di stigghiola. Un testimone dichiarò di averlo riconosciuto nei pressi del luogo dell’agguato con un giubbotto scuro e la barba folta. Un bambino di dieci anni confermò di aver visto un giovane con barba, baffi e giubbotto scuro nello stesso punto. Sulla base di questi elementi, gli inquirenti conclusero che Ferrante avesse fatto da palo. In primo grado prese ventotto anni, in appello l’ergastolo. Quattro anni dopo l’omicidio il caso venne archiviato. Tutti gli altri coinvolti, esecutori materiali e mandanti, rimasero “ignoti”.

Ferrante dal carcere di Favignana si proclamò sempre innocente. Nel dicembre 2000 Repubblica pubblicò una sua lettera: “Mi trovo in carcere da 21 anni e ancora non so spiegarmi il perché. Gli apparati investigativi hanno voluto condannare un colpevole, ma non il colpevole”. La svolta arrivò nel 1993 quando Gaspare Mutolo, strettissimo collaboratore di Totò Riina, parlò davanti alla Commissione Antimafia. Indicò Ferrante come un innocente ingiustamente condannato e spiegò le vere ragioni dell’agguato: “Quando si sapeva che c’era qualche personaggio scomodo, si cercava di eliminarlo. In polizia purtroppo l’ambiente di Palermo era quello: se c’era uno che eccedeva nelle indagini e nella ricerca dei latitanti, si sapeva e si eliminava. Ci fu un certo Aparo che è stato ucciso perché lo chiamavano il segugio”.

Mutolo attribuì l’esecuzione a Pino Greco “scarpuzzedda” e Giuseppe Lucchese, entrambi fedelissimi di Riina. Dopo di lui parlarono anche Salvatore Cucuzza, Francesco Di Carlo, Francesco Marino Mannoia e Salvatore Contorno, tutti concordi nell’escludere il coinvolgimento di Ferrante. La difesa presentò istanza di revisione del processo, respinta dalla Corte d’Assise d’Appello secondo cui la colpevolezza dell’ambulante non si poteva escludere con certezza.

Francesco Di Carlo aggiunse un dettaglio cruciale: l’eliminazione di Aparo sarebbe stata decisa perché il poliziotto aveva quasi catturato Mario Prestifilippo e Pino Greco in due occasioni diverse. I due, temendo l’arresto imminente, avrebbero chiesto e ottenuto da Stefano Bontade l’autorizzazione a uccidere il vicebrigadiere. A oltre quarantacinque anni da quel giovedì mattina di sangue, nessun nome di mandante o esecutore compare in alcuna sentenza definitiva. La verità giudiziaria resta sepolta come il corpo di Filadelfo Aparo, il “radar” che la mafia temeva troppo per lasciarlo vivere.