La spiegazione alla diffusione del fenomeno deviante potrebbe essere quella dovuta all’improduttività della legge in vigore. Le campagne educative scarseggiano cosi come la sensibilizzazione.
Il ”Revenge Porn” é in continua ascesa. La diffusione di contenuti multimediali sessualmente espliciti senza il consenso della persona ripresa si sta rivelando uno dei crimini in crescita grazie all’uso della tecnologia. I casi di cronaca che raccontano di una sorta di vendetta da parte di chi, dopo l’interruzione di una relazione sentimentale, mette in moto questo meccanismo per colpire, psicologicamente, la persona che dicono di avere amato, sono sempre più numerosi.
La crescita sta assumendo toni allarmistici, al punto che gli ultimi dati della Polizia Postale ci dicono di quasi 2 milioni di casi e di 14 milioni di persone che hanno guardato le immagini. Un fenomeno che ha raggiunto il suo picco durante la pandemia, l’arpia che continua a mietere vittime in maniera indiretta. Senza dubbio il lockdown ha favorito la trasmissione di filmati a tema pornografico.
Così come hanno subito un’impennata i casi di “sextortion”, il ricatto di mettere in rete video se non vengono soddisfatte determinate condizioni. La legge stabilisce che la trasmissione di video girati all’oscuro della persona interessata costituisce reato penale e la diffusione rappresenta un ulteriore reato. Le vittime preferite da chi commette questo reato sono, sempre secondo la Polposta, donne e appartenenti alla comunità LGBTQI+.
La prima legge ad essere approvata su tema risale al 2019, il cosiddetto “Codice Rosso”. La norma che ha aggravato i reati e diminuito i tempi per le indagini per reati quali revenge porn, stalking e sfregio al volto. Malgrado ciò le vittime, come si è visto, sono cresciute. I dati sull’argomento sono stati diffusi da un’indagine a cura di The Fool, effettuata tra aprile e maggio 2025. Si tratta di una società di consulenza specializzata nella governance della reputazione e delle narrative digitali, che aiuta le aziende a comprendere, costruire e difendere la propria immagine online.
E’ stato selezionato un campione statistico di 2000 cittadini su input di Permesso Negato, un’associazione nata per supportare le vittime di “Revenge Porn”. La legge in vigore, tuttavia, risulta improduttiva. Uno dei motivi principali potrebbe essere l’eccessiva polarizzazione sul concetto di vendetta, per cui è previsto il dolo. E’ la vittima che deve trovare l’arma del delitto, addirittura trasformandosi in detective ed entrando, sotto mentite spoglie, in quei gruppi online che fanno uso di materiale pornografico all’insaputa della persona offesa.

Non sempre il motivo che spinge a commettere il reato è la vendetta. L’aspetto ancora più deplorevole è il dominio sui corpi femminili, per cui è normale da parte degli autori del reato che ci possa essere spensieratezza unita alla beffa nella diffusione di immagini intime. Secondo alcuni giuristi il testo normativo è carente sulla violenza di gruppo. La vicenda viene considerata come se fosse un fatto privato, riguardante due persone e si concentra sull’autore del reato, che è stato anche il primo a diffondere l’evento.
Stride che le piattaforme digitali siano state esentate dal meccanismo, come se non fossero esse i canali di distribuzione del malfatto. Inoltre nella normativa è assente il sostegno legale e il supporto psicologico alle vittime, che ne usufruiscono solo grazie alla presenza di tante associazioni no-profit che hanno preso a cuore il tema.
Infine scarseggiano anche campagne educative e sensibilizzazione al problema, o quelle effettuate sembrano non aver prodotto alcun risultato di una certa efficacia o molto scarso.