Battaglia legale a Palermo: l’ex boss escluso dall’indennizzo statale di un milione per il piccolo Giuseppe.
Palermo – Una dolorosa disputa giudiziaria si sta consumando nel tribunale civile di Palermo, dove Santino Di Matteo ha citato in giudizio la moglie e uno dei figli. Al centro della controversia c’è la sua esclusione dalla quota di risarcimento che lo Stato ha destinato alla famiglia per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe, rapito e ucciso trent’anni fa per punire il padre collaboratore di giustizia.
L’ex mafioso di Altofonte, oggi settantunenne, rivendica il diritto a essere riconosciuto tra gli eredi del bambino tenuto prigioniero per 779 giorni prima di essere assassinato. Il tribunale ha stabilito un indennizzo complessivo di un milione di euro, ma Di Matteo si troverebbe tagliato fuori dalla distribuzione. “È una battaglia di principi, non economica”, chiarisce l’uomo, che dopo la prima udienza attende il prossimo confronto processuale previsto per maggio.
“Sono sempre stato suo padre”, afferma l’ex boss riferendosi a Giuseppe. La scelta di collaborare con gli inquirenti, sostiene, fu motivata proprio dal desiderio di garantire ai figli un’esistenza diversa da quella mafiosa. Dopo il rapimento del bambino, Di Matteo non interruppe la cooperazione giudiziaria né ritrattò le sue rivelazioni sulla strage di Capaci, rimanendo fedele agli accordi presi con le istituzioni.
Il programma di protezione per i pentiti gli fu però revocato quando abbandonò il rifugio per mettersi sulle tracce del figlio sequestrato. In quel periodo entrò in contatto con altri collaboratori che tentavano di riorganizzare il controllo criminale in Sicilia, ma Di Matteo respinge ogni accusa: “Cercavo solo mio figlio, non ho commesso infrazioni”. Oggi vive senza misure di sicurezza e continua a presentarsi quando i magistrati lo convocano come testimone.
Il caso segna una novità assoluta: per la prima volta una controversia tra familiari di vittime di mafia approda nelle aule civili. “Voglio che sia riaffermato ufficialmente che ho lottato per un futuro libero dalla criminalità organizzata per i miei ragazzi”, dichiara il pentito, che non arretra nella sua opposizione a Cosa Nostra.
La sua quotidianità si svolge ora in una struttura di accoglienza gestita da un religioso impegnato nel recupero di tossicodipendenti e giovani emarginati, dove Di Matteo offre il suo contributo. Il sacerdote lo ha accompagnato anche in udienza privata da Papa Francesco: il Pontefice, toccato dalla vicenda, lo strinse tra le braccia dicendogli sommessamente di aver adempiuto ai suoi obblighi e che tutti devono mobilitarsi contro la criminalità mafiosa.
Le dichiarazioni di Di Matteo furono fondamentali per ricostruire i meccanismi interni del clan corleonese e le dinamiche dell’attentato al giudice Falcone. Pur non godendo più di alcuna tutela, rilascia occasionalmente dichiarazioni pubbliche denunciando l’anomalia di ergastolani mafiosi che ottengono permessi mentre lui sconta ancora le conseguenze della sua rottura con l’organizzazione criminale.