Il 27,1% degli insegnanti sostiene di essere favorevole a scuole speciali per gli alunni con enormi difficoltà. Un ritorno alle differenziate? Un paradosso bello e buono.
Nella scuola di oggi l’inclusione è faticosa. Nell’ambiente didattico è complicato raggiungere l’obiettivo dell’inclusione, vale a dire un approccio educativo che mira a garantire ad ogni studente, a prescindere da abilità, disabilità, background culturale o socioeconomico, il diritto di partecipare pienamente e attivamente alla vita scolastica. Ovviamente valorizzando la diversità come una risorsa, non un ostacolo, attraverso la personalizzazione della didattica e l’adattamento della scuola stessa ai bisogni di ogni alunno, come sancito dalla Costituzione Italiana e da leggi specifiche.
Si distingue dall’integrazione perché non chiede allo studente di adattarsi ma è la scuola che si modifica, usando strumenti quali il Piano Educativo Individualizzato (PEI) e il Piano Didattico Personalizzato (PDP) per creare percorsi equi e di successo formativo per tutti. Intenti lodevoli ma l’esperienza quotidiana racconta tutt’altro, purtroppo. I docenti non sono nelle condizioni di applicare l’inclusione, come confermato dal report ”Le voci dell’inclusione” del Centro Studi Erickson di Trento, casa editrice e centro di formazione, focalizzato su educazione, disabilità, psicologia, lavoro sociale e salute, promuovendo l’inclusione scolastica e sociale attraverso la ricerca, la documentazione di buone pratiche e la formazione.
Ebbene il 45% del campione di 833 insegnanti è stato del parere che l’inclusione è un traguardo impossibile. Addirittura il 27,1% ha sostenuto di essere favorevole a scuole speciali per gli alunni con enormi difficoltà. Il rischio è la loro “ghettizzazione”, una vera sconfessione dell’inclusione vera e propria. E’ pur vero che, col trascorrere degli anni, gli insegnanti si sono sentiti sempre più inadeguati, rendendola inapplicabile in una nazione come l’Italia, la prima ad abbandonare le classi differenziate nel 1977, quindi ben 49 anni fa.
Questa tendenza può essersi diffusa dall’eterogeneità delle classi e da alunni sempre più problematici. Crescono le certificazioni e le difficoltà di dare risposte ad esse. Secondo il Ministero della Salute sono aumentate del 157% le diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività e quelle di spettro autistico sono 1 su 77 bambini. Oltre a ciò, che meriterebbe un’analisi a parte sullo stato di salute delle giovani generazioni e sull’ambiente in cui sono cresciute, è emersa la mancanza di una formazione adeguata.

Mancano gli arnesi del mestiere per operare, un percorso specifico idoneo per alunni complessi, i cui bisogni educati sono diversi dai cosiddetti normodotati. E’ emerso un tratto tipico italiano: le buone leggi ci sono, ma non vengono applicate. Il problema non si risolve assumendo qualche insegnante di sostegno in più, ma bisogna prendere atto dell’inidoneità del modello di didattica trasmissiva in cui il docente, come principale detentore del sapere, trasmette informazioni agli studenti, che recitano un ruolo passivo tramite lezioni frontali.
E’ necessario applicarne uno con una didattica laboratoriale, cooperativa e costruttivista. Ma è la scuola come sistema che deve essere coinvolta nel processo di mutamento, perché è inserita in una comunità educante, non è una realtà a sé stante. E’ necessario, quindi, che esca dal suo fortino per mescolarsi con le realtà associative, cooperativistiche e altre agenzie educative presenti sul territorio. Non bisogna dimenticare che le istituzioni scolastiche trasmettono saperi, valori, cultura e formazione per il futuro.
Gli alunni di oggi costituiranno la classe dirigente di domani. E formarne una col valore dell’inclusività non potrà che fornire benefici ad una società che si ritiene civile e democratica.