Fare soldi ad ogni costo: il turismo atomico

Un’americanata che, a suo tempo, rese ricchi organizzatori e speculatori. Dichiarati pericolosi i test atomici vennero sospesi ma dei danni alle persone non si è saputo nulla.

C’è stato un tempo in cui il turismo era atomico! Le si pensano tutte, pur di fare soldi. E non riguarda solo la contemporaneità. E’ stato sempre un assillo per molte persone, soprattutto negli USA, considerati da sempre l’emblema del capitalismo. Alcune distorsioni del sistema partono da lontano o sono insite nello stesso. Ad esempio tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso Las Vegas, Nevada, un tempo conosciuta come la città del gioco d’azzardo, ma anche delle Luci per i suoi mega-resort a tema illuminati sulla celebre arteria Strip, balzò agli onori della cronaca per i test nucleari.

Si organizzarono, finanche, le “Atomic Parties“, spesso feste a tema per osservare i test nucleari nel deserto del Nevada, dove turisti e locali brindavano all’esplosione. Il fenomeno si diffuse rapidamente, al punto da essere definito “turismo atomico”. Le radici della sua esplosione vanno fatte risalire a un ventennio prima quando Las Vegas si impose come la principale meta turistica non solo del Nevada, ma degli interi USA. Furono costruiti nuovi casinò, con la partecipazione di molte personalità dello spettacolo.

La decisione del governo di voler effettuare testi atomici nel vicino deserto del Nevada, gettò, inizialmente, nel panico le autorità locali e imprenditoriali. Si temeva il blocco del progetto della città, ormai ben indirizzato. Ed invece i rappresentanti della Camera di Commercio con una decisione furba e bizzarra riuscirono a cambiare le carte in tavola. Invece di guardare agli esperimenti atomici come qualcosa di pericoloso, perché non trasformarli in strumento di attrazione turistica, esclusiva e straordinaria, a disposizione dei fortunati spettatori invidiati dagli assenti?

Detto, fatto. Fu così che iniziarono ad arrivare frotte di turisti attratti dalla novità. Furono realizzati calendari ad hoc e organizzati i famosi “Dawn Bomb Party“, in cui si poteva assistere da terrazze panoramiche i vari test esplosivi, sorseggiando drink molto alcolici, di cui il più consumato non poteva che essere l’Atomic! I più ardimentosi si avventurarono in veri e propri pranzi al sacco arrivando alla posizione minima prevista dalle norme, per restare estasiasti davanti allo scoppio dell’arma.

Come i più piccoli durante i fuochi di fine anno! Il fenomeno fu molto redditizio, senza contare che il governo versò nelle casse del Nevada 176 milioni di dollari, i cui 2/3 finirono nelle casse della città di Las Vegas. Furono effettuati centinaia di test, suffragati dal parere degli scienziati secondo cui la città fosse a una distanza tale da non essere soggetta al pericolo di radioattività.

Nel 1963 furono vietati i test su questi tipi di terreni e fu messa la parola fine anche al turismo atomico. Un episodio lontano nel tempo ma che, in un certo senso, ha rappresentato l’origine di quello che è stato definito “Dark Tourism” (turismo nero oscuro). Si tratta di quel fenomeno riguardante i viaggi organizzati verso luoghi legati a morte, tragedia, sofferenza, disastri naturali, genocidi e atrocità storiche, come Auschwitz, cimiteri, campi di battaglia, prigioni, o edifici abbandonati.

Turismo atomico poi abolito

La motivazione è il desiderio di ricordare, commemorare, riflettere e comprendere eventi storici dolorosi, ponendo delicate questioni etiche e morali sul ruolo del turista in questi contesti. In sintesi il dark tourism è una forma di turismo che esplora il lato oscuro dell’esperienza umana, trasformando tragedie in destinazioni di viaggio per la memoria e la consapevolezza storica. 

Questa è il retroterra nobile che spinge tante persone ad intraprendere un viaggio del genere. Il problema di fondo è, tuttavia, un altro. In ogni occasione della vita prevale, alla fine, la parte più egoistica, cinica, dell’essere umano. Senza guardare in faccia a nessuno e non tenendo in alcun conto gli aspetti civili e morali, trionfa sempre e solo lo squallido concetto del “fare soldi ad ogni costo”, di commercializzare qualsiasi evento tragico pur di trarne profitto.

Concetto già presente nella tradizione popolare contadina secondo cui dopo una catastrofe, “c’è chi muore, chi soffre e chi si arricchisce”. Sarà pure fatalismo, ma è un motto, purtroppo, confermato dai fatti!    

La foto in evidenza è tratta da La Stampa