A 26 anni subì un’aggressione mentre controllava i biglietti sull’autobus. Da allora combatte tra operazioni, riabilitazione e indifferenza dello Stato, con un solo motto: “Denunciate e non mollate mai”.
Roma – Si chiama Luana Zaratti, ha 35 anni e una storia che dovrebbe far riflettere tutti su cosa significhi davvero essere vittima di violenza sul lavoro e sulle falle della giustizia italiana. Nel 2011, a soli 26 anni, faceva la controllore sugli autobus di Roma per l’Atac. Un lavoro onesto, una vita normale, fino a quella mattina che ha cambiato tutto.
“Stavo sanzionando un passeggero senza biglietto. Una cosa normale, di routine”, racconta Luana con le parole di chi ha imparato a convivere con un dolore che non si spegne mai. “Invece lui reagì con violenza: una testata in pieno volto. Buio. Poi il risveglio in ospedale, la mia famiglia accanto, la mia vita che non sarebbe mai più stata la stessa.”
Nove anni di calvario tra ospedali e riabilitazione
Quello che sembrava un episodio di violenza urbana si è trasformato in una tragedia personale dalle dimensioni devastanti. La testata dell’aggressore, un cittadino egiziano irregolare sul territorio, le provocò un trauma cranico e la frattura del setto nasale. Ma il peggio doveva ancora arrivare: il giorno di Natale dello stesso anno, Luana fu colpita da un aneurisma cerebrale e trasportata d’urgenza all’ospedale San Giovanni, dove i medici chiesero alla famiglia il permesso per l’espianto degli organi.

Invece Luana si risvegliò. Iniziò così un percorso di neuroriabilitazione alla Fondazione Santa Lucia che è durato nove anni. Ventidue interventi chirurgici in quattro anni, due coma, mesi immobile “quasi in un letto di pietra”, come lei stessa racconta. Oggi viene seguita in Day Hospital e continua le cure ma i danni sono permanenti.
Lo Stato che volta le spalle
Se la vicenda umana è già drammatica, quella burocratica e giudiziaria aggiunge beffa al danno. L’Inail non ha riconosciuto l’infortunio sul lavoro, non riuscendo a stabilire un nesso dimostrabile tra il danno cerebrale e l’aggressione subita. Luana vive con una piccola pensione di invalidità di meno di mille euro al mese, insufficiente a coprire terapie, riabilitazione e assistenza domiciliare.
“Lo Stato mi ha voltato le spalle”, denuncia con amarezza. “Io, che difendevo la legge, sono rimasta senza diritti, con una pensione misera, mentre le cure costano, la riabilitazione costa, la vita stessa costa.”
L’aggressore condannato ma mai arrestato
Il paradosso della giustizia italiana emerge in tutta la sua assurdità nel caso dell’aggressore. L’uomo è stato condannato per direttissima a 14 mesi di reclusione ma non ha mai scontato un giorno di carcere. Nonostante avesse precedenti per episodi simili, è riuscito a sottrarsi alla giustizia e, secondo quanto riferisce Luana, “è tornato in Egitto“.
“Perché chi delinque trova sempre una scappatoia, mentre noi cittadini onesti veniamo lasciati soli?”, si chiede Luana. “Perché il dolore delle vittime non conta?”

Nonostante un trascorso che avrebbe potuto scalfire anche i più tenaci, Luana non si è arresa. “Ho lottato per rialzarmi, per rimettere un piede davanti all’altro. Non cammino più come prima, non vivo più come prima, ma non mi arrendo. Ogni giorno è una battaglia, ogni piccolo passo è una vittoria.”
Oggi è diventata un punto di riferimento per altri pazienti della Fondazione Santa Lucia, dimostrando che anche nelle situazioni più disperate è possibile trovare la forza di andare avanti. Al suo fianco ci sono sempre i genitori Enrico e Alba, che l’hanno supportata in questi anni difficili senza mai mollarla.
Il sogno di normalità
Nonostante le difficoltà, Luana guarda al futuro con speranza: “Mi auguro di avere un compagno e una vita normale. Il mio compagno mi ha lasciato nel 2014, all’epoca convivevamo. Mi manca la normalità. Spero di migliorare e superare tutti gli ostacoli, per poter avere un futuro migliore di questo.”
Il suo messaggio è un appello che dovrebbe arrivare a tutte le vittime di violenza: “Denunciate e non mollate mai. È il mio motto perché la forza a me la danno i miei genitori che stanno qui con me da nove anni senza mollarmi mai. Denunciate sempre, anche se avete un piccolo dubbio.”