brandizzo

Strage di Brandizzo: per il macchinista era impossibile evitare l’impatto

La tragedia era prevedibile solo con l’interruzione della circolazione: il treno aveva bisogno di 1300 metri per fermarsi ma il macchinista vide gli operai a soli 135 metri.

Brandizzo – La tragedia ferroviaria di Brandizzo che costò la vita a cinque operai della ditta Sigifer non poteva essere evitata dal macchinista una volta avvistati gli uomini sui binari. È quanto emerge da un documento inedito presente negli atti dell’inchiesta della procura di Ivrea, che analizza la scatola nera del convoglio protagonista dell’incidente.

L’analisi tecnica è impietosa: il treno, che viaggiava a 160 chilometri orari, aveva bisogno di oltre 1250 metri e più di cinquanta secondi per arrestarsi completamente. Il macchinista attivò il freno di emergenza a circa 135 metri dal punto d’impatto ma dall’avvistamento degli operai al momento della collisione trascorsero appena tre secondi. Una finestra temporale drammaticamente insufficiente.

La curva cieca e i protocolli violati

Il fattore determinante fu la presenza di una curva che impedì al macchinista di vedere in anticipo gli operai sui binari. Come precisano i consulenti tecnici, “per arrestare il treno prima del punto in cui i binari erano occupati sarebbero serviti quasi 1300 metri, pertanto la manovra di frenatura di emergenza sarebbe dovuta iniziare molto prima della curva, quando il macchinista non poteva avere visibilità”.

Il vero problema, secondo l’inchiesta coordinata dalla procuratrice Gabriella Viglione, era la violazione sistematica dei protocolli di sicurezza. I lavori di manutenzione venivano regolarmente svolti “in assenza dell’interruzione della circolazione sul binario”, una prassi diffusa che si rivelò fatale.

Le drammatiche comunicazioni in diretta

Gli atti dell’inchiesta contengono la registrazione della telefonata che documentò in tempo reale la tragedia. Antonio Massa, caposcorta Rfi e uno dei due sopravvissuti, chiamò disperato Vincenza Repaci, dirigente movimento Rfi: “C’è ‘sto treno che è passato, pensavo non ci fossero più treni. Ma non era l’ultimo treno che doveva passare?”.

La risposta della funzionaria fu drammaticamente chiara: “No! Non era l’ultimo treno, c’era ancora un invio delle 23:50, te l’avevamo detto! Non avevi neanche ancora l’interruzione”. Tre “no” che, se ascoltati in tempo, avrebbero potuto salvare cinque vite.

Le vittime della strage di Brandizzo

Particolarmente toccante è l’ultimo video di Kevin Laganà, 22 anni, la vittima più giovane, che poco prima di morire aveva detto: “Non abbiamo neanche l’interruzione ancora”.

Le misure di emergenza esistenti ma non applicate

Il documento tecnico rivela l’esistenza di una “estrema misura di emergenza” che avrebbe potuto prevenire la tragedia: mandare “in corto” i binari posizionando una barra conduttrice tra le rotaie. Questo sistema avrebbe fatto scattare automaticamente un semaforo rosso, propagando il segnale di stop per molti chilometri e bloccando il traffico ferroviario.

Tuttavia, questa procedura viene utilizzata solo in caso di eventi straordinari e improvvisi come deragliamenti, frane o crolli, non per i lavori di manutenzione programmati che richiedevano semplicemente l’interruzione regolare della circolazione.

L’esito dell’inchiesta

L’inchiesta si è conclusa con 24 indagati: 21 tra amministratori e tecnici di Rfi, Sigifer e Clf, oltre alle tre società stesse. Le accuse sono di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. È caduta invece l’ipotesi di omicidio volontario.

Il macchinista, considerato parte offesa, ha subito gravi conseguenze psicologiche e non guida più treni. Ha chiesto un risarcimento per i danni subiti.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Stampa