Manifestazione il 5 marzo. Tra richieste di sostegno economico e timori per l’accordo Mercosur, ecco cosa sta succedendo.
Gli agricoltori, negli ultimi anni, per protesta contro la politica agricola vigente hanno, spesso, portato i trattori in piazza. Lo hanno fatto anche quest’anno, precisamente tra il 30 gennaio e il 2 febbraio scorsi, anche se la partecipazione è stata meno massiccia che in passato. L’oggetto della contesa è, secondo loro, il disatteso accordo da parte del governo del protocollo d’intesa raggiunto nel maggio scorso tra il Ministero dell’Agricoltura, Intesa Sanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti: un investimento di 20 miliardi di euro per la crescita delle imprese agricole nella direzione del digitale e del green, valido fino al 31 dicembre 2027.
A capo delle proteste ci sono molte sigle sindacali indipendenti, mentre le associazioni di categoria tradizionali hanno assunto una posizione defilata o quasi assente. Forse perché più che a soddisfare i bisogni dei loro assistiti pensano a tenere soporifere relazioni istituzionali col governo? Chissà! Per rispetto della cronaca c’è da segnalare che sono state oggetto di contumelie da parte dei manifestanti, proprio per la mancata tutela degli interessi degli agricoltori. Tra i sindacati indipendenti un ruolo importante è stato assunto dal “Coordinamento agricoltori e pescatori italiani” (Coapi) e da altre sigle in ordine sparso. Si tratta di diverse realtà sociali e territoriali che hanno mantenuto intatte la loro autonomia ed esperienza storica.
Secondo le loro proteste il governo ha saputo solo organizzare “più tavoli” sul tema, senza esaudire nessuna loro richiesta. Queste prime manifestazioni dovrebbero essere il preludio di un evento più grande, il 5 marzo prossimo, in cui i trattori occuperanno piazza del Campidoglio, a Roma. Una riedizione della “marcia su Roma” in stile bucolico? Lo si spera, perché la prima non ha prodotto buoni risultati! Il sistema agricolo italiano è caratterizzato dalla presenza di una miriade di piccole aziende.
Secondo l’Istat (Istituto nazionale di statistica) la loro consistenza è di poco oltre i 10 ettari, mentre la media europea è di 17,4. Questo problema cronico, finora, è stato attenuato dalla politica agricola comune europea (Pac), volta a garantire la sicurezza alimentare, incoraggiare l’agricoltura sostenibile, sostenere le zone rurali e a calmierare i prezzi. Ma con l’accordo col Mercosur, il Mercato comune dell’America del Sud, siglato il 6 dicembre scorso ma in attesa di ratifica, si mira a creare una delle zone di libero scambio più estese al mondo, riducendo i dazi doganali per i business UE per un valore complessivo di oltre 4 miliardi di euro, con un’attenzione particolare alla riduzione dei costi amministrativi per le piccole e medie imprese. Tuttavia, secondo i manifestanti manca il principio di reciprocità per cui potremmo trovare sulle nostre tavole prodotti contenenti pesticidi e antibiotici, vista gli scarsi controlli sulla filiera produttiva, oltre ad avere ripercussioni occupazionali nel settore.
Le aziende chiedono al governo in sintesi: una dichiarazione dello stato di crisi del settore; un “prezzo minimo” per i prodotti agricoli; divieto di importazione dall’estero, che spesso fa concorrenza sleale ai prodotti nazionali a prezzi più bassi di quelli italiani, più vantaggiosi per le tasche vuote di tanti cittadini; una “pace fiscale” per le aziende agricole indebitate in buona parte da tasse e contributi non versati.
Se nei manuali di economia l’agricoltura è considerato il “settore primario”, non pare avere la stessa considerazione dalle istituzioni politiche nazionali e europee. Dovrebbe essere il più salvaguardato, perché senza di essa “non si mangia”. Anche se si è iniziato a parlare di cibo “in laboratorio”, sai che bontà. Allora l’agricoltura può andare in malora, tanto c’è la tecnologia!