Walter Chiari, cento giorni all’inferno di Regina Coeli

Il re della commedia all’italiana fu arrestato il 20 maggio 1970 con l’accusa di spaccio e consumo di cocaina. La RAI lo cancellò dai palinsesti.

Roma – Walter Annichiarico, in arte Chiari, era al culmine della popolarità quando tutto crollò in un solo giorno. Figlio di un brigadiere pugliese trasferito a Milano, campione regionale di boxe a quindici anni nei pesi piuma, aveva conquistato l’Italia con un modo completamente nuovo di fare comicità. Non barzellette e sketch preparati, ma torrenti di parole improvvisate, dialoghi infiniti con il pubblico, personaggi inventati sul momento. Dal Sarchiapone alla belva di Chicago, dal bullo di Gallarate al tartagliante signor Silence in Falstaff di Orson Welles.

Aveva recitato con Anna Magnani in Bellissima di Visconti, con Delia Scala nelle commedie musicali di Garinei e Giovannini, aveva fatto ridere generazioni di italiani in teatro e in televisione. Nel 1968 aveva condotto Canzonissima con Mina e Paolo Panelli davanti a milioni di telespettatori. Le donne più belle del cinema italiano e internazionale gli erano cadute ai piedi: Silvana Pampanini, Sylva Koscina, Lucia Bosè, Ava Gardner, Anita Ekberg, la stessa Mina. Poi aveva sposato l’attrice Alida Chelli che gli aveva dato un figlio, Simone.

Walter Chiari e Alida Chelli

Il 20 maggio 1970 si stava recando negli studi radiofonici della RAI per registrare una puntata di Speciale per voi. Quattro auto lo fermarono. Agenti in borghese, pistole, manette. L’accusa era pesantissima: consumo e spaccio di cocaina. Secondo gli inquirenti avrebbe comprato insieme ad altri un chilo di droga, l’avrebbe ceduta o venduta a terzi e consumata personalmente.

L’indagine della Guardia di Finanza partiva da intercettazioni su Guido Malmignati, spacciatore noto agli investigatori. Dalle cimici erano emersi tre nomi eccellenti del mondo dello spettacolo: Walter Chiari, Lelio Luttazzi e Franco Califano. Luttazzi venne arrestato con le stesse accuse e dichiarò immediatamente di essere estraneo. Scontò quaranta giorni di carcere e perse la conduzione di Hit Parade, trasmissione radio popolarissima. Ma per Chiari andò peggio.

Il 22 maggio 1970 le porte di Regina Coeli si chiusero su Walter Chiari. Il re della risata, l’uomo che aveva fatto ridere l’Italia intera, finì in una cella del carcere romano. Ci restò cento giorni. Di questi, ventinove li trascorse in isolamento in una cella di un metro e sessanta per due, senza finestre, con solo una feritoia sul soffitto per far entrare un filo di luce e aria. Uno spazio così angusto che bastava allargare le braccia per toccare entrambe le pareti.

In quelle settimane Walter Chiari, abituato ai palcoscenici, ai riflettori, al pubblico che lo applaudiva, rimase solo con se stesso in due metri quadri di solitudine. Niente più torrenti di parole, niente più dialoghi improvvisati, niente più risate. Solo silenzio e mura nude.

La RAI lo cancellò immediatamente dai palinsesti. Nessuna pietà, nessun beneficio del dubbio. Un giorno conducevi Canzonissima davanti a milioni di persone, il giorno dopo non esistevi più. Il sistema dello spettacolo italiano reagì con una durezza spietata: chi finiva in carcere per droga diventava un appestato. Non importava se fosse colpevole o innocente, non importava che il processo non fosse nemmeno iniziato. L’arresto bastava per la condanna sociale.

Walter uscì da Regina Coeli il 26 agosto 1970 dopo aver pagato una cauzione di tre milioni di lire. In primo grado venne condannato a due anni e un mese di reclusione. Ma l’anno seguente, difeso dagli avvocati De Simone e Sabatini, venne prosciolto dall’accusa di spaccio e condannato con la condizionale solo per detenzione di sostanze stupefacenti per uso personale. La piena riabilitazione arrivò solo nel 1977 con la sentenza definitiva della Corte di Appello che cancellò anche la condanna del 1972.

Pochi giorni dopo il rilascio, Walter si raccontò a Sandro Ottolenghi de L’Europeo rivendicando la propria innocenza con parole che ancora oggi suonano amare: “Non si arriva come fecero a casa mia con quattro auto, agenti in borghese, pistole, manette. Certo, può essere anche affascinante, per qualcuno, mettere le mani su Walter Chiari, riuscire a dimostrare che Chiari e Luttazzi sono pericolosi delinquenti, vergogna della società. Ma non è giusto”.

Raccontò di quella sera in macchina, dell’arresto che gli sembrava assurdo, dei pensieri che gli attraversavano la mente: “Facevo le peggio illazioni, pensavo che siamo sotto elezioni e che stavamo per firmare per Canzonissima”. Poi la confessione estorta:Il tenente in auto mi consiglia di confessare di aver avuto un grammo di cocaina e io seguo il consiglio, convinto che mi lasceranno libero. Dico di aver visto della roba bianca in una bustina, di averla assaggiata e sputata perché era amara”.

Una leggerezza pagata carissima:Il mattino dopo ritiro tutto e sono pentito amaramente di quella leggerezza. Il giudice che mi interrogava però parla di chili di droga e mi accusa di averla venduta, di essere uno spacciatore. Per fortuna che poi i personaggi coinvolti nella faccenda hanno dichiarato di non conoscere né me né Luttazzi”.

Quando uscì da Regina Coeli, Walter Chiari scoprì di essere stato retrocesso in serie B. Da allora fece molto teatro brillante, molti film sbrigativi, molte serate di cabaret, parecchia televisione nelle reti locali. Non era più il mattatore delle reti nazionali, non più la prima scelta per i varietà di prima serata. Il marchio dell’arresto, pur essendo stato prosciolto dalle accuse più gravi, gli restò appiccicato addosso per anni.

Solo nel 1986 tornò in serie A grazie al teatro, recitando il ruolo dell’avvocato Lattes in un adattamento de Gli Amici di Arnold Wesker. Recuperò la vecchia abitudine dei torrenziali dialoghi col pubblico a sipario chiuso, ritrovò i vecchi amici persi di vista, i giornali ricominciarono ad occuparsi di lui. Nello stesso anno la RAI gli dedicò sette puntate di Storia di un altro italiano, biografia filmata diretta da Tatti Sanguinetti.

Walter Chiari e Mina a Fregene

Ma il risarcimento morale completo non arrivò mai. Nel 1986 tutti lo davano vincitore del Leone d’oro a Venezia per Romance di Massimo Mazzucco. Il premio andò invece a Carlo Delle Piane, attore che Walter aveva conosciuto e aiutato nei suoi difficili inizi. Uno scherzo del destino per chi aveva dato moltissimo al cinema, al teatro, al pubblico italiano, senza mai ricevere un premio importante come riconoscimento.

Walter Chiari morì nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 1991, stroncato da un infarto nel suo appartamento al residence Siloe. Lo trovarono seduto in poltrona davanti alla tv, con gli occhiali ancora sul naso e la testa appena reclinata. Solo, come era stato solo in quella cella di Regina Coeli ventuno anni prima. Quei cento giorni di carcere, di cui ventinove in isolamento, gli avevano spezzato la carriera nel momento di massimo splendore. E il teatro, il cinema e la televisione italiana non glielo perdonarono mai davvero.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

MAGGIO 1970:

Walter Chiari si trova a Bologna presso l’Hotel Baglioni. La mattina telefona a Lelio Luttazzi che si trova a Roma, presso la sua abitazione, in Piazza Trevi. Risponde al telefono la governante di Lelio: “Sono Walter Chiari, c’è il Maestro?”. Governante: “Buongiorno, non posso svegliare il Maestro”. “Dica al Maestro, quando si sveglia di chiamare questo numero di telefono perché io da qui (ovvero dal Baglioni di Bologna), non riesco a chiamare, e a chi risponde dica di chiamarmi al Baglioni di Bologna“, e detta alla Governante Maria il numero. Maria segna il numero su un taccuino. E’ un numero di Roma. Il Maestro Lelio Luttazzi si sveglia e Maria comunica la telefonata di Walter Chiari. Luttazzi prende il telefono e compone il numero di telefono di Roma. Risponde una voce “roca”…

QUI LUTTAZZI, HA DETTO WALTER CHIARI DI CHIAMARLO AL BAGLIONI DI BOLOGNA PERCHE’ LUI NON RIESCE”. Risposta: “Va Beh, che le serve qualcosa Maestro”. Luttazzi: “Qualcosa cosa?” Voce Roca: “Ah niente, niente, buongiorno …”.

LUTTAZZI FECE QUELLA TELEFONATA PER CONTO DI WALTER CHIARI SENZA ESSERE A CONOSCENZA DELLA REALE IDENTITA’ DELL’INTERLOCUTORE, TALE LELIO BETTARELLI, UNO SPACCIATORE. CHE AVEVA IL TELEFONO SOTTO CONTROLLO.

Dopo qualche giorno, all’alba, i finanzieri si presentano in casa del Maestro Luttazzi a Piazza Trevi. Mettono in subbuglio tutto l’appartamento, guardando anche nella cassetta dello scarico dell’acqua in bagno…non
trovano nulla. Hanno la cortesia di non mettere le manette a Lelio con il quale, a suo dire, si dimostrarono molto gentili. Lo conducono prima in via dei Selci, poi a Rebibbia e infine a Regina Coeli.
A Regina Coeli viene sbattuto in cella di isolamento con il bugliolo…senza conoscere le motivazioni.

Il Maestro Lelio Luttazzi, compositore, maestro d’orchestra, scrittore e regista

Luttazzi era estraneo all’uso e allo spaccio di droghe, ma fu arrestato! Nel 1970 era il PM che decideva quando farti vedere l’avvocato e dunque quando essere informato del perché ti trovavi in galera.
A Lelio, bontà loro, lo permisero dopo 15 giorni. Lelio dietro le sbarre scrisse “Operazione Montecristo” edito da Mursia.

DOPO 27 GIORNI VIENE SCARCERATO. CLAMOROSO ERRORE GIUDIZIARIO

Il Giudice Santino Mirabella, che studiò tutti gli atti giudiziari di Lelio, nel suo libro “L’ILLAZIONE” parla di ORRORE GIUDIZIARIO. La rottura con Chiari: “Dopo la scarcerazione e il proscioglimento completo, Luttazzi fu profondamente segnato da quella terribile esperienza. In seguito accusò Walter Chiari di averlo coinvolto e di non aver fatto nulla per scagionarlo, non chiedendogli mai scusa. Luttazzi dichiarò: in nome del vecchio affetto tacqui, ma da allora non l’ho più voluto vedere”.

Conseguenze: “Questa vicenda stroncò Luttazzi all’apice della sua carriera, provocandogli una profonda amarezza e portandolo a ritirarsi gradualmente dalla televisione. Fu una tragedia per Lelio, una ferita che si portò sulla pelle per tutta la vita. Walter Chiari avrebbe dovuto immediatamente dire che Lelio non c’entrava nulla, che lo aveva incastrato lui… MA NON LO FECE, SE NE GUARDO’ BENE… Guarda caso da Bologna non ebbe difficoltà a chiamare il numero di telefono di Lelio a Roma…Ma non riescì a chiamare il numero di Roma di Lelio Bettarelli che Walter ben sapeva chi era, diversamente da Lelio…meglio farlo chiamare da Lelio perchè Lelio è PULITO come Walter ben sapeva! Lelio ha trascorso il resto della sua vita facendo cause ai quotidiani, ai settimanali, ogni volta che veniva tirato in ballo a sproposito. Ogni volta che beccavano qualcuno con la cocaina…i giornalisti dovevano ricordare il caso Luttazzi senza MAI SCRIVERE COME AVREBBERO DOVUTO OVVERO SPIEGANDO COME ERANO ANDATE LE COSE. E giù cause… sempre vinte. Piccole somme ma grandi soddisfazioni...”.

Lelio Luttazzi a Studio Uno con Mina, Gemelle Kessler, Caterina Caselli, Sandie Shaw

Lelio volò via nel 2010 e iniziai io a fare causa ai giornali che continuavano a non scrivere come erano andate le cose, raccontando sempre versioni inesatte della vicenda, accostando la posizione di Lelio a quella di Walter Chiari. Errore clamoroso…Cause sempre vinte…Dovrei continuare e in questi ultimi giorni avrei dovuto fare almeno tre citazioni in giudizio…

Rossana Moretti Luttazzi, moglie di Lelio