Rosario Gisana e Vincenzo Murgano sono accusati di aver mentito nel processo al sacerdote Rugolo, condannato per abusi su un minore.
Enna – Una denuncia per abusi sessuali su minori, una condanna definitiva di un sacerdote e ora un nuovo processo che coinvolge i vertici della Chiesa locale. È una vicenda che nasce dal dolore di una vittima e arriva fino al Tribunale di Enna, dove sono imputati il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, e il vicario giudiziale della diocesi, Vincenzo Murgano, accusati di falsa testimonianza nel procedimento che ha portato alla condanna del sacerdote Giuseppe Rugolo.
Al centro dell’intera vicenda c’è Antonio Messina, archeologo ennese e vittima riconosciuta degli abusi. È dalla sua denuncia che prende avvio l’inchiesta della Procura di Enna, dopo anni di silenzio e sofferenza. Messina racconta di essere stato abusato da Rugolo, sacerdote molto noto e inserito nella pastorale giovanile, quando era ancora minorenne e di aver trovato un muro di chiusura quando ha cercato ascolto e protezione.
Il processo a Rugolo si conclude con una condanna in primo grado a quattro anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale aggravata su minori, poi ridotta a tre anni in appello. Successivamente, la Chiesa dispone la riduzione allo stato laicale del sacerdote. Ma ciò che segna una svolta è il contenuto delle motivazioni della sentenza, nelle quali i giudici parlano apertamente di omissioni da parte della Diocesi di Piazza Armerina, ritenute idonee ad aver favorito o comunque non impedito la prosecuzione degli abusi.
Durante quel processo vengono chiamati a testimoniare, sotto giuramento, il vescovo Gisana e il vicario giudiziale Murgano. Secondo la Procura, le loro deposizioni non sarebbero state veritiere. Al vescovo viene contestato di aver dichiarato di non ricordare incontri rilevanti con Rugolo prima dell’emersione pubblica della vicenda e di aver negato un incontro con Messina durante il quale, secondo l’accusa, sarebbe stata avanzata un’offerta di denaro pari a 25mila euro per indurlo al silenzio. A Murgano viene invece attribuito un uso sistematico del “non ricordo” e la negazione di aver fornito consigli difensivi al sacerdote imputato.
Nel corso delle indagini successive emergono alcune conversazioni, che vengono interpretate come tentativi di insabbiamento e di gestione interna del caso, più orientata a contenere il danno all’istituzione che a fare piena chiarezza sui fatti. Elementi che portano la Procura di Enna a ritenere che non si tratti di semplici amnesie, ma di dichiarazioni false rese consapevolmente in aula.
Dopo la condanna di Rugolo, Antonio Messina presenta un esposto contro il vescovo e il vicario giudiziale, sostenendo che le loro menzogne abbiano ostacolato l’accertamento della verità e rappresentato una seconda forma di violenza, questa volta istituzionale. La Procura accoglie la tesi e dispone il rinvio a giudizio di Gisana e Murgano per il reato di falsa testimonianza, dando avvio a un nuovo processo, autonomo rispetto a quello contro il sacerdote.
Nelle prime udienze, la difesa del vescovo chiede l’accesso al rito abbreviato, mentre analoga scelta viene annunciata per Murgano. Gli avvocati sostengono che l’unica persona offesa sia lo Stato e contestano il ruolo di Messina come parte lesa.
Nel frattempo, la vicenda assume una rilevanza che va oltre le aule di tribunale. Messina chiede pubblicamente la rimozione del vescovo, si rivolge a Papa Francesco e denuncia quello che considera un sistema di protezione interna incapace di tutelare le vittime. La Diocesi di Piazza Armerina ribadisce invece l’estraneità del religioso alle accuse e la fiducia nell’operato della magistratura.
Il processo per falsa testimonianza è tuttora in corso.