Università in carcere, chi studia riduce del 70% il rischio di recidiva‌ ­‌

Sono 1.978 i detenuti iscritti ad un percorso di studio universitario: un’occasione di riscatto personale e sociale.

Il diritto allo studio entra sempre più al centro delle politiche di inclusione e reinserimento sociale. Nel corso dell’Assemblea nazionale della CNUPP – Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari, svoltasi a Sassari, è stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra CNUPP e ANDISU, accordo che rafforza la collaborazione tra università ed enti per il diritto allo studio a sostegno delle persone detenute che scelgono di intraprendere un percorso universitario.

Per il presidente di ANDISU, Emilio Di Marzio, l’intesa rappresenta “una delle espressioni più alte del diritto allo studio, perché restituisce centralità a chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di affidarsi alla cultura e alla formazione per costruire una nuova possibilità di vita.

Di Marzio ha sottolineato come il concetto di merito, in questo contesto, assuma un significato ancora più profondo: quello di chi decide di cambiare direzione alla propria esistenza attraverso lo studio, trasformando il tempo della detenzione in un’occasione di crescita personale e riscatto interiore.

Il presidente di ANDISU ha inoltre evidenziato che sostenere gli studenti detenuti significa dare piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che attribuisce alla pena una finalità rieducativa e di reinserimento sociale. “Non parliamo soltanto di costruire un dopo professionale”, ha spiegato, “ma di offrire spesso ossigeno per l’anima a uomini e donne che cercano nello studio un modo per recuperare dignità, ritrovare se stessi e riallacciare relazioni familiari e affettive”.

Anche il presidente della CNUPP, Giancarlo Monina, ha ribadito il valore trasformativo dell’università all’interno del sistema penitenziario: “Lo studio in carcere è riscatto, ricostruzione della dignità e possibilità concreta di immaginare un futuro diverso”.

Monina ha ricordato la crescita costante del sistema dei Poli Universitari Penitenziari: oggi sono 1.978 i detenuti iscritti all’università in Italia, all’interno di una rete che coinvolge 55 atenei e circa 900 persone tra docenti, tutor e personale amministrativo impegnate quotidianamente a garantire il diritto allo studio in carcere.

Tra i dati più significativi emerge l’aumento della presenza femminile: le detenute universitarie sono oggi 104, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, pari al 3,5% dell’intera popolazione detenuta femminile italiana.

Cambiano anche le scelte formative: se in passato prevaleva Giurisprudenza, oggi i corsi più frequentati appartengono all’area politico-sociale — Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione — che rappresentano circa il 25% degli iscritti, mentre l’area giuridica si attesta attorno al 13%.

Nel corso dell’incontro è stato inoltre evidenziato come lo studio universitario in carcere produca effetti concreti sul piano sociale: tra i detenuti che intraprendono un percorso universitario il rischio di recidiva si riduce del 70%.

Per il presidente dell’ERSU Sassari e delegato ANDISU per Inclusione e Politiche Sociali, Daniele Maoddi, il protocollo rappresenta “un passo molto importante per tutto il sistema del diritto allo studio nazionale”.

Maoddi ha ricordato l’esperienza sviluppata a Sassari grazie alla collaborazione tra ERSU e Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Sassari: orientamento dedicato negli istituti penitenziari, tutoraggio personalizzato, accesso controllato alle risorse digitali, supporto economico per materiali didattici e attività culturali, oltre all’inserimento di due studenti in esecuzione penale esterna negli alloggi dell’ente con accesso ai servizi mensa.

Soddisfazione anche da parte del delegato del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Sassari, Emmanuele Farris, che ha definito l’accordo una buona pratica da estendere a livello nazionale.

“Da anni portiamo avanti una politica basata sui servizi più che sull’assistenzialismo”, ha spiegato Farris, sottolineando come il modello sassarese abbia sempre messo al centro le persone e i loro percorsi individuali, puntando sulla qualità dei percorsi formativi e sull’inclusione concreta.