Gli esperti escludono la possibilità di un nuovo intervento: si va verso la sospensione dell’Ecmo. Sei i medici indagati.
Napoli – Non c’è più nulla da fare per il bambino di due anni e tre mesi ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli, vittima di un trapianto di cuore andato tragicamente storto lo scorso dicembre. Il comitato di esperti convocato dall’Azienda dei Colli, cinque specialisti arrivati dal Bambin Gesù di Roma, dall’ospedale di Padova, di Bergamo e di Torino, ha escluso la possibilità di un secondo intervento e ora si avvicina la decisione più dolorosa: spegnere il macchinario che lo tiene in vita.
Da 55 giorni il piccolo è attaccato all’Ecmo, il dispositivo che supplisce alla funzione di cuore e polmoni. Ma la macchina, come spiega Paolo Del Sarto, primario della Cardioanestesia e responsabile dell’Ecmo team della Fondazione Monasterio di Massa, “genera uno stato infiammatorio continuo e col tempo danneggia vari organi”. Ed è quello che sta accadendo: il bambino presenta già danni a fegato, reni e polmoni, oltre a un’emorragia cerebrale e un’infezione da pseudomonas. La traiettoria, in assenza di ulteriori trattamenti praticabili, può solo peggiorare. “Anche un’insufficienza epatica può essere fatale”, precisa Del Sarto.
Quando i medici riterranno raggiunto il limite dell’accanimento terapeutico, scatterà una procedura codificata: una commissione composta da medici, infermieri, bioeticisti e psicologi valuterà collegialmente la situazione. I genitori saranno informati e accompagnati in ogni fase, ma il loro consenso formale non è necessario qualora il team medico ritenga che la prosecuzione delle cure sia futile.
Se la scelta sarà di interrompere il trattamento, si procederà con la narcosedazione compassionevole. La mamma del bambino, Patrizia Mercolino, già convocata nelle scorse ore dai medici per ricevere la notizia di un cuore potenzialmente disponibile, poi sfumata con il verdetto negativo degli esperti, è assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi. Il legale ha riferito che la donna è “rassegnata” e che non vi è motivo di mettere in discussione il giudizio di quello che ha definito il gruppo dei maggiori esperti italiani del settore.
Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal Pm Giuseppe Tittaferrante, aggiunge elementi inquietanti alla vicenda. Dagli atti ufficiali emerge che il cuore prelevato a Bolzano arrivò a Napoli in condizioni compromesse: all’apertura del contenitore termico, si legge nella documentazione, “risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio”.
L’ipotesi degli investigatori è che durante il trasporto sia stato usato ghiaccio secco al posto di quello tradizionale, causando un abbassamento eccessivo della temperatura. Se fosse stato impiegato uno dei moderni contenitori tecnologici in dotazione al Monaldi, il sistema di rilevamento avrebbe segnalato l’anomalia in tempo.
A complicare ulteriormente il quadro, c’è la questione di quello che accadde in sala operatoria. Il primario di cardiochirurgia aveva già staccato il cuore del bambino quando arrivò il via libera per procedere con il trapianto, un via libera che, stando alle testimonianze raccolte dagli inquirenti, nessuno dei presenti in sala ricorda di aver esplicitamente dato. Gli indagati sono al momento sei: si tratta dei componenti delle due équipe coinvolte nell’espianto e nel trapianto. Il numero potrebbe crescere se emergessero responsabilità anche nella catena di custodia dell’organo a Bolzano. Oggi al Monaldi sono arrivati anche gli ispettori inviati dal ministro della Salute Orazio Schillaci, con un team che comprende esperti del ministero, di Agenas, dei Nas e del Centro Nazionale Trapianti.