Tradite le aspettative dei giovani Millenials

Si sono laureati, hanno frequentato master, corsi di lingue, stage, esperienze all’estero. Sono cresciuti nel mantra della “formazione” per avere che cosa? Un pugno di mosche.

I Millennials, o Generazione Y, sono persone nate indicativamente tra il 1981 e il 1996. Una generazione che è diventata maggiorenne all’alba del nuovo millennio, nel pieno degli albori della rivoluzione digitale, nel passaggio dall’analogico al digitale.

Si sono affacciati al lavoro durante grandi crisi economiche e globali, la più significativa quella del 2007/2013, scaturita dal crollo del mercato immobiliare statunitense dei mutui “subprime” nel 2008 contagiando l’economia mondiale, sviluppando una maggiore flessibilità ma anche più precarietà.

Per dovere di cronaca i mutui subprime sono finanziamenti per l’acquisto di immobili concessi a persone con una storia creditizia debole o ad altro rischio di insolvenza. Il termine significa “sotto i primi“, cioè al di sotto dei parametri ottimali di affidabilità richiesti dalle banche.

Questa moltitudine di persone è stata etichettata come orientata ad un forte equilibrio tra vita privata e lavoro, con priorità al senso etico, al valore sociale, all’inclusione, a privilegiare le esperienze rispetto al possesso materiale, come la condivisione o l’affitto. Ebbene sulla soglia dei 40 anni si sentono prosciugati di ogni energia fisica e mentale, consci di aver imboccato una strada senza uscita.

E’ come se avessero sprecato tempo e risorse e ritrovarsi al punto di partenza. Fatica sprecata: è la sensazione che si avverte nel constatare di non aver raggiunto nessun traguardo prefissato o immaginato. Ed è ciò che pensano i Millennials nati tra il 1980/1985.

Dopo qualche decennio, con una carriera avviata, il conto in banca è da profondo rosso. Un tempo la crisi si manifestava verso i 50 anni ed aveva a che fare col corpo che iniziava a dare qualche segnale di cedimento, col tempo che inesorabilmente scorreva e su ciò che si era riusciti a realizzare.

C’è da dire che l’età di ingresso nel mercato del lavoro, così come il formarsi una famiglia, era antecedente all’attuale. Oggi tutto si realizza più tardi, l’unico fatto precedente rispetto al passato è proprio la crisi anticipata di almeno un decennio e riguarda, principalmente, il lavoro.

Una generazione vittima di un patto non rispettato, basato sulla promessa che lo studio, l’impegno, il sacrificio sarebbe stato ben ricompensato da una carriera che avrebbe portato sicurezza economica, prestigio, autodeterminazione. I Millennials sono la generazione che più ha assimilato il concetto del riconoscimento dell’impegno.

I Millenials ridotti sul lastrico? Una brutta realtà.

Si sono laureati, frequentato master, corsi di lingue, stage, esperienze all’estero. Sono cresciuti nel mantra della “formazione”, dell’aggiornamento perenne. Con questo bagaglio si sono presentati sulla soglia del mercato del lavoro ma hanno trovato le porte sbarrate, perché non era la fase storica più appropriata.

Le crisi economiche globali hanno determinato il blocco di salari e impieghi, seguiti da un periodo di lavoro precario. Ciliegina sulla torta: la pandemia che ha sovvertito la scala dei valori. In seguito inflazione, crisi degli alloggi e il costo della vita maggiore della busta paga. Se non è sfiga questa!

In una situazione così ci si chiede se il gioco vale la candela e fino a quando si potrà reggere in queste condizioni. I rappresentanti della Generazione Y in molte ricerche hanno registrato tassi più elevati di burnout rispetto ad altre generazioni, stretti come sono da quella precedente per cui il lavoro era ancora un ascensore sociale e quella successiva, la Z, già più disincantata.

I Millennilas no! Cresciuti nel mito del sacrificio, la ricompensa non è stata mai goduta. Tante aspettative per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.