CNOP: criticità legata all’attuazione delle linee guida. Rafforzare organizzazione, risorse e integrazione delle competenze.
Roma – Il suicidio in carcere rappresenta una criticità strutturale del sistema detentivo e non può essere considerato un evento isolato o riconducibile esclusivamente a fragilità individuali. Va invece letto come espressione di una complessa interazione tra vulnerabilità personali, condizioni detentive e assetti organizzativi.
In questo ambito, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi evidenzia l’importanza di una collaborazione interistituzionale solida e continuativa per l’applicazione delle recenti linee guida sulla prevenzione del rischio suicidario in ambito penitenziario.
“Le nuove indicazioni mostrano un tentativo più sistemico, orientato alla prevenzione e alla presa in carico multiprofessionale del fenomeno. Tuttavia, più che configurarsi come un nuovo modello di intervento, rappresentano una riorganizzazione di indicazioni già presenti, la cui criticità principale non risiede nella loro formulazione, ma nella loro concreta attuazione”, afferma Maria Antonietta Gulino, presidente del CNOP.
La criticità del sistema, infatti, non deriva dall’assenza di modelli teorici o operativi, ma dalla difficoltà di tradurli in prassi efficaci, monitorate e valutate. Senza un intervento strutturale su organizzazione, risorse e integrazione delle competenze, il rischio è quello di reiterare modelli già esistenti senza un reale miglioramento.
“Il nodo non è l’assenza di modelli, ma la loro implementazione: senza un intervento strutturale il rischio è quello di riproporre schemi già noti senza una reale valutazione degli esiti”, aggiunge la prof.ssa Georgia Zara, dello staff di presidenza per l’area penitenziaria e giuridica.
In questo quadro, il CNOP si propone come interlocutore istituzionale qualificato per la definizione e l’implementazione delle politiche di prevenzione, contribuendo con competenze cliniche, psicosociali e organizzative alla costruzione di modelli realmente integrati.
L’organizzazione sottolinea inoltre la necessità di aggiornare il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al fine di consolidare la presenza della psicologia nel sistema penitenziario, rafforzare strumenti condivisi di valutazione del rischio, e promuovere formazione, supervisione e lavoro d’équipe interdisciplinare.
Un ambito prioritario riguarda anche la figura dello psicologo esperto ex art. 80 dell’Ordinamento Penitenziario. “Il crescente investimento su queste professionalità segnala un riconoscimento della loro funzione strategica, ma l’attuale configurazione – caratterizzata da incarichi non strutturati e disomogenei – rischia di comprometterne l’efficacia e la continuità operativa”, sottolinea la dott.ssa Ilaria Garosi.
Affrontare il tema del suicidio in carcere richiede quindi una assunzione di responsabilità sistemica: non bastano risposte emergenziali o dichiarazioni di principio, ma sono necessari interventi strutturali, continuità operativa e un investimento professionale qualificato, capace di incidere in modo stabile sui contesti e sulle pratiche.