Tentare di cambiarlo comporta rischi che, specie nel nostro Paese, potrebbero arrivare a perdere l’occupazione senza trovarne un’altra.
Cambiare lavoro, non è mica così semplice. Ce l’hanno menata per anni sul mercato del lavoro che stava subendo una profonda trasformazione. Non più la stessa occupazione fino alla pensione, ma tanti cambiamenti. Flessibilità era la parola d’ordine.
Ma come succede spesso nei fatti sociali la realtà sconfessa le più floride previsioni. Non sul fatto che il cambiamento non sia evidente ma sulla difficoltà che i giovani incontrano per cambiare lavoro. Censuswide, società di consulenza e ricerca di mercato londinese, ha effettuato una ricerca per conto di Indeed.
I risultati sono stati eclatanti: quasi il 70% del campione esaminato desidererebbe cambiare lavoro ma si trova di fronte ad ostacoli quali età, soldi e timore di iniziare da capo.
La maggioranza delle persone si sentono smarrite, nel senso che desiderano ma non sanno da dove iniziare. Andando nei dettagli è emerso che l’aspirazione a cambiare professione viene espressa in base al livello di soddisfazione degli intervistati.
Il 28% ha dichiarato una vita professionale in costante trasformazione; il 15% confida di cambiare settore lavorativo almeno una volta durante la carriera professionale; il 9% immagina il cambiamento del proprio ambito professionale in più circostanze.
Oltre il 40% ritiene di poter realizzare una carriera ideale. Ad alimentare il desiderio del cambiamento, tuttavia, è la precarietà del lavoro. Il 28% è titubante sulla solidità nel lungo periodo del proprio avvenire professionale. Non vengono cercati settori di nicchia, bensì quelle aree percepite come più sicure che rappresentano un po’ le colonne portanti dell’economia.
Si va dalla Pubblica Amministrazione alle vendite, dall’informatica alla logistica, dalla manifattura alla finanza e assicurazioni. Infatti sono comparti in cui la richiesta di personale risulta alta, così come sono praticabili gli iter di aggiornamento professionale e il reimpiego lavorativo. Tuttavia non costa fatica desiderare il cambiamento, in quanto i nodi vengono al pettine nella realtà.
Il percorso è segnato da continue paure e tentennamenti. Si ha timore dell’età, dell’insidia insita nel ripartire da zero, di fare fiasco. In quest’ultimo caso la difficoltà è più nella scarsa fiducia in sé stessi che nelle specifiche capacità professionali. Inoltre incidono sulla decisione al cambiamento i rischi finanziari e i doveri familiari. Il nuovo lavoro non è che si trova dietro l’angolo.
Si deve mettere in conto che è possibile una fase di stasi e tante persone non possono, di fatto, restare senza introiti mensili nemmeno per un breve lasso di tempo. Più del 50% ritiene di essere in possesso di un solido bagaglio di competenze ma di ignorare in quali possibili aree ottimizzarlo. Così com’è alta la percentuale di quale possa essere il ruolo adeguato al proprio profilo.

Molti non sanno a quale santo votarsi per essere indirizzati sul da farsi, mentre altri su questa tematica hanno trovato solo informazioni vaghe. Nei fatti esiste un’estrema cautela nel mettere in pratica l’idea di cambiare lavoro.
Gli ultimi dati Istat hanno rilevato che il tasso di occupazione è fermo al 62,9%, il grado di inoccupazione al 5,7%, quello giovanile al 18,4%. I cittadini in cerca di occupazione hanno registrato una percentuale del 7,2%. Per la cronaca queste cifre si riferiscono allo scorso mese di Luglio. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come recita un vecchio proverbio italiano.
Si fa presto a dire: ora si cambia lavoro e con uno schiocco di dita esso appare all’improvviso, come un coniglio dal cilindro del prestigiatore. Nella prosaica realtà si avverte la mancanza di una rete di supporto economica e sociale che ostacola non poco il desiderio del cambiamento.
Succede, quindi, che la maggioranza di cittadini opta per conservare il posto di lavoro che ha già, sperando in una occasione più allettante nel futuro. Con molta probabilità non si presenterà mai, anche perché non viene cercata con decisione.
Come recita un vecchio adagio contadino “Non lasciare il certo per l’incerto”.


