Dalla sparizione nel 1986 al ritrovamento dei resti diciassette anni dopo: una vicenda di ossessioni, errori e vite spezzate che nessuna indagine ha mai davvero ricomposto.
Torino – L’ultima persona a sentire la voce di Sabina Badami è sua sorella, alle 22.30 del 10 settembre 1986. Una telefonata di routine, come tante altre. Sabina racconta di aver ottenuto due giorni di permesso dal lavoro per partecipare al giuramento militare di un cugino a Falconara Marittima. Partirà l’indomani pomeriggio, dopo il turno alle Poste. Niente lascia presagire che quella conversazione sarà l’ultima.
La mattina dell’11 settembre Sabina non si presenta all’ufficio postale di corso Tazzoli dove lavora da quattro anni. Non arriva nemmeno nelle Marche per la cerimonia del cugino. Semplicemente svanisce, come se la terra l’avesse inghiottita. Quando i carabinieri entrano nel suo appartamento di via Monte Nero trovano tutto in ordine. Vestiti negli armadi, oggetti personali, persino i soldi. Mancano solo la borsetta con i documenti e un’agenda personale dove annotava pensieri privati.
Sabina ha 27 anni e una storia normalissima da figlia del Sud che cerca fortuna al Nord. Nata a Prizzi, paesino tra Palermo e Agrigento, si è diplomata ragioniera e ha iniziato a lavorare nella pretura locale. Poi ha vinto il concorso alle Poste e nel 1982 ha accettato il trasferimento a Torino. Uno stipendio sicuro, una città grande, la possibilità di costruirsi un futuro diverso da quello che l’attendeva in Sicilia.
I colleghi la descrivono come una persona riservata ma affidabile, puntuale, senza grilli per la testa. Pochi amici, quasi tutti conoscenti del lavoro. Due sere prima di sparire è stata alla Festa dell’Unità con alcuni di loro e tutti riferiscono la stessa cosa: sembrava serena, allegra, normale. Nessun segnale di angoscia, nessuna paura, nessun accenno a progetti di fuga o pensieri suicidi.
Nell’agenda gli inquirenti trovano riferimenti a un ragazzo di Prizzi che evidentemente le interessa. Ma dalle annotazioni si capisce che ormai è una storia finita: lui sta per sposarsi con un’altra mentre lei, da Torino, spera di accumulare esperienza e poi chiedere il trasferimento in Sicilia per tornare a casa. Niente che possa giustificare una scomparsa volontaria o un gesto estremo.
Le indagini non portano da nessuna parte. Nessuno viene mai formalmente indagato. Nessuna pista concreta emerge nei mesi successivi. Fino al giugno 1989, quando un dipendente di Aeritalia, leggendo per caso sul giornale la storia di Sabina, si presenta spontaneamente ai carabinieri con un ricordo inquietante.
Racconta di aver dato un passaggio a una ragazza che faceva l’autostop la mattina dell’11 settembre 1986, il giorno in cui Sabina è scomparsa. La ragazza è vestita in modo strano, con un abito indossato sopra i pantaloni del pigiama. Sembra confusa ma non terrorizzata. Gli parla del padre malato e del suo lavoro alle Poste di corso Tazzoli. L’ha lasciata in corso Marche dicendo che sarebbe andata a bere un caffè in un bar all’angolo con corso Francia. Ma nessuno in quel bar la vede mai.
La testimonianza non ha seguito. Troppo vaga, troppo tardiva, impossibile da verificare. Un altro vicolo cieco in un’indagine già piena di nulla.
Nel frattempo a Prizzi un uomo sta perdendo la ragione. Giuseppe Badami, il padre di Sabina, non accetta l’idea che sua figlia sia sparita senza una spiegazione. Vent’anni prima ha già perso un figlio in un incidente stradale. Ora questa seconda tragedia senza corpo, senza colpevoli, senza risposte. L’arteriosclerosi inizia a offuscargli la mente, ma c’è ancora abbastanza lucidità per costruire una teoria, per quanto delirante.
Ha litigato con i vicini di casa, la famiglia Castelli, per una stupida questione di confini tra fondi agricoli. Ha perso anche la causa. E nella sua testa malata quei litigi si trasformano in qualcosa di mostruoso: sono stati loro a far sparire Sabina. Per vendetta. Ricorda una frase pronunciata da Sebastiano Castelli durante una lite: “Vedrai che ti farò piangere”. Quella frase diventa la prova di una colpevolezza inesistente.
L’8 maggio 1987, otto mesi dopo la scomparsa di Sabina, Giuseppe Badami prende il fucile e sale fino a casa Castelli. Entra e spara con precisione da ex tiratore scelto. Uccide Sebastiano, la moglie Teresa D’Alia e la suocera Ernesta Drago. Tre esecuzioni fredde, metodiche. Poi scende alla caserma dei carabinieri con l’arma in spalla e si costituisce raccontando di aver fatto giustizia.
Le indagini escludono rapidamente qualsiasi coinvolgimento della famiglia Castelli nella scomparsa di Sabina. Sono innocenti. Giuseppe Badami, disperato e malato, ha aggiunto tre cadaveri a una storia già tragica. Finisce in carcere ripetendo ossessivamente che loro avevano assoldato un killer a Torino per ammazzare sua figlia. Una bugia in cui probabilmente lui stesso arriva a credere.
Poi arriva il colpo di scena che nessuno si aspettava.
Nel 2003, durante i lavori di ristrutturazione di un edificio abbandonato alla periferia di Torino, gli operai portano alla luce dei resti ossei. L’analisi del DNA, confrontata con quello dei familiari di Sabina ancora in vita, dà una corrispondenza inequivocabile. Sono le ossa di Sabina Badami. Con lei, nascosti sotto una soletta di cemento, si trovano tracce di una corda e frammenti di quella borsetta con i documenti che mancavano dall’appartamento.
L’edificio appartiene a un uomo che all’epoca dei fatti lavorava nella stessa zona postale di corso Tazzoli. Era morto nel 1998, portando nella tomba ogni segreto. I carabinieri ricostruiscono quello che possono: un’ossessione, forse un rifiuto, forse qualcosa che era accaduto già prima di quella notte di settembre. Ma non c’è più nessuno da processare. Nessuna sentenza. Nessuna verità ufficiale.
Sabina Badami ha finalmente un posto dove riposare, una tomba a Prizzi, nel paese dove era nata e dove aveva sempre sognato di tornare. Nell’agenda che i carabinieri conservano ancora come reperto c’è quella frase scritta a penna: “Illusione. Ho creduto fosse la mia libertà, ali per volar lontano… Ma da farfalla dai colori vivaci, son tornata bruco. A intrecciare le fila di quel bozzolo dal quale non voglio più uscire”.
Forse lo sapeva, senza saperlo. Che il ritorno non sarebbe mai stato quello che immaginava.