Roma 1944: dall’attentato di via Rasella alla strage delle Fosse Ardeatine

Nella Capitale occupata dai nazisti, 33 tedeschi uccisi dai partigiani e 335 italiani massacrati per rappresaglia nel giro di 24 ore.

Roma – Erano le 15.46 del 23 marzo 1944 quando un ordigno artigianale esplose in via Rasella, nel cuore della Capitale occupata. Una dozzina di gappisti dei Gruppi di Azione Patriottica, tra cui Rosario Bentivegna e Carla Capponi, aveva colpito l’11ª Compagnia del 3° Battaglione del reggimento “Bozen”, milizia nazista. Morirono 33 soldati tedeschi. Meno di 24 ore dopo, nelle cave delle Fosse Ardeatine, 335 italiani – cinque più del “necessario” – scelti tra partigiani, ebrei e antifascisti, vennero fucilati in segreto come rappresaglia. A 81 anni da quel giorno, la ferita resta aperta, simbolo della barbarie nazifascista e della resistenza partigiana.

I gappisti, armati di un ordigno improvvisato, tesero un agguato alla colonna del “Bozen” che marciava in via Rasella. L’esplosione risultò devastante e uccise 33 militari nazisti. L’azione, studiata per colpire il morale degli occupanti, scatenò però una rappresaglia feroce, orchestrata con la complicità dei fascisti italiani.

Il comando tedesco, furioso, ordinò una risposta immediata: 10 “criminali comunisti-badogliani” per ogni soldato ucciso, da eliminare entro 24 ore. La lista venne compilata in fretta, sotto la regia del colonnello Herbert Kappler e del capitano Erich Priebke, con il contributo di figure italiane come il questore Pietro Caruso, il ministro Guido Buffarini Guidi e il criminale Pietro Koch. Dalle carceri di via Tasso e Regina Coeli emergono i nomi: prigionieri già condannati, ebrei in attesa di deportazione, antifascisti, sospetti resistenti. Alla fine sono 335, cinque in più del previsto. “Uno sbaglio, ma tanto erano terroristi”, dirà Priebke decenni dopo, con cinica freddezza.

Il 24 marzo, prima dell’alba, i prigionieri vennero caricati su camion e condotti alle Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana sulla via Ardeatina. Qui, in gruppi di cinque, entrarono nei cunicoli bui, illuminati solo dalle torce dei carnefici. Priebke lesse i nomi e controllò la lista. Le vittime, inginocchiate, ricevettero un colpo alla nuca. “Un’esecuzione rapida e nascosta”, come voluto dai nazisti. Operai, intellettuali, generali, commercianti, un prete, 75 ebrei: un mosaico di vite spezzate, unite solo dall’opposizione al nazifascismo o dalla sfortuna di essere nel posto sbagliato.

Alle 22.55 del 24 marzo, il comando tedesco comunicò alla stampa: “L’ordine è già stato eseguito”. Il giorno dopo, i quotidiani, usciti a mezzogiorno per il coprifuoco, riportarono la notizia via agenzia Stefani: 335 “criminali” fucilati per vendicare i 33 tedeschi. Roma lo scoprì a fatto compiuto, ignara della strage consumata nelle viscere della terra. Solo mesi dopo, con la Liberazione, il medico legale Attilio Ascarelli guiderà l’esumazione e l’identificazione delle salme, restituendo nomi e storie a quel massacro.

L’elenco delle 335 vittime, ricostruito con fatica, raccontava una città in lotta: partigiani di ogni schieramento – comunisti, azionisti, monarchici, liberali – accanto a ebrei, disertori, sospetti antifascisti. Ci sono italiani e stranieri, giovani e anziani, figure illustri e gente comune. “Generali e straccivendoli”, scrive lo storico Alessandro Portelli, accomunati dal coraggio o dalla casualità di una lista frettolosa. Tra loro, 75 ebrei, già destinati ai campi di sterminio, e un prete, don Pietro Pappagallo, simbolo di fede contro l’oppressione.

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