“Riprenda la marcia normale”: l’ordine fatale prima della strage dei treni

Toledo, l’Ave lanciato a 200 km all’ora contro l’Iryo fermo sui binari: 68 morti. Gli audio inchiodano il centro di controllo di Atocha. Due italiane disperse.

Toledo – Quattro parole, pronunciate con la calma di una routine qualunque, sono bastate a trasformare un mercoledì mattina in una delle pagine più nere della storia ferroviaria spagnola. “Riprenda la marcia normale”. È l’ordine partito dal centro di controllo di Atocha, a Madrid, verso il macchinista dell’Ave 2080 di Renfe, con 397 passeggeri a bordo. Venticinque chilometri più avanti, sullo stesso binario, c’era il treno 6076 della compagnia Iryo, fermo con 146 persone e un neonato. Alle 8:53, al km 118 della linea alta velocità Madrid-Siviglia, nei pressi di Urda, l’impatto: almeno 68 morti e oltre cento feriti.

A ricostruire i minuti che hanno preceduto la tragedia sono tre registrazioni audio diffuse da El País e dalla tv pubblica Tve. Tutto comincia con un guasto: l’Lzb, il sistema tedesco che sorveglia di continuo velocità e posizione dei convogli e frena in automatico chi corre troppo, va in tilt per un problema di comunicazione tra tre computer. Il buio si allarga su 63 chilometri, sei treni vengono fermati e la circolazione passa al sistema di riserva, con i semafori a bordo binario.

In quella situazione le regole sono chiare: si riparte solo con marcia a vista, a non più di 40 km orari. Alle 8:36, invece, dal centro arriva il via libera all’Ave a velocità normale, nonostante il semaforo rosso e un treno fermo più avanti. Alle 8:41 è la macchinista dell’Iryo a segnalare problemi di connessione, e anche lei riceve la stessa indicazione. Ma il suo treno non riparte. Alle 8:48 richiama: “Il treno non mi permette di avviare l’Lzb, sono ancora ferma davanti al segnale d’ingresso a Urda”. Dall’altra parte, una risposta che oggi suona agghiacciante: “Va bene, appena può. E se ha problemi, ci chiami”.

Nessuno ferma l’Ave, che intanto viaggia a 200 all’ora. Cinque minuti dopo, lo schianto: il convoglio Renfe travolge da dietro l’Iryo, gli ultimi due vagoni precipitano da un terrapieno.

Il ministro dei Trasporti Óscar Puente non ha usato giri di parole: un errore umano, una decisione “inspiegabile“. “Hanno avuto tutto il tempo per accorgersene e non lo hanno risolto”, ha aggiunto. Il premier Pedro Sánchez, al secondo disastro sull’alta velocità in pochi mesi dopo quello di Adamuz, promette: “Se ci sono negligenze, si saprà”.

Tra le vittime della tragedia c’è anche un pezzo d’Italia. Secondo la Farnesina sono nove i connazionali coinvolti: cinque sono stati soccorsi in condizioni stabili, uno è ricoverato ma fuori pericolo, mentre di due donne italiane non si hanno ancora notizie.

E da noi potrebbe succedere? Per Andrea Giuricin, docente di Economia dei trasporti alla Bicocca, intervistato da La Stampa, la risposta è no: sulle linee veloci italiane c’è l’Ertms, lo standard europeo che in Spagna è in arrivo ma non su quel tratto. “Lì c’era un vecchio sistema, anch’esso buono, ma inspiegabilmente spento”, ha spiegato.

Ora la verità è affidata alla “moviola”, la scatola nera che registra ogni ordine partito da Atocha. Dovrà dire perché, in quei 17 minuti, nessuno ha dato l’unico ordine che avrebbe salvato 68 vite: fermatevi.