La vedova di Claudio Manara ha presentato un’istanza in Procura per riesaminare il decesso, chiedendo di valutare anche l’ipotesi omicidiaria.
Lodi – È stata depositata alla Procura di Lodi l’istanza con cui la famiglia di Claudio Manara, l’ex sindaco 67enne di Corte Palasio trovato senza vita nel palazzo municipale il 29 maggio 2024, chiede che le indagini sulla sua morte vengano riaperte. A presentarla è stata la moglie Debora Russo, assistita dall’avvocato Stefano Guarnaschelli del foro di Pavia, con il supporto tecnico del medico legale Marcello Lorello dello studio Lorello & Partners di Napoli.
Il fascicolo, aperto contro ignoti per istigazione al suicidio, era stato archiviato a inizio 2026. Da allora la famiglia ha commissionato una controperizia sugli atti raccolti durante le indagini originarie e sui risultati dell’autopsia, un lavoro che secondo il legale avrebbe fatto emergere “carenze ritenute macroscopiche” negli accertamenti compiuti subito dopo il ritrovamento del corpo. Guarnaschelli ha parlato apertamente di un pregiudizio che avrebbe orientato fin dall’inizio la lettura dell’accaduto verso il gesto volontario, senza che nessuno accusi qualcuno in particolare: “Ci sono elementi emersi che non quadrano”, ha dichiarato.
Tra le omissioni contestate spicca la mancata acquisizione del computer del sindaco, mai sequestrato nonostante il ruolo istituzionale della vittima. A questa si aggiungono la mancata ricerca di impronte e microtracce biologiche su alcuni reperti, l’assenza di un prelievo di materiale sotto le unghie e la mancata conservazione sia di una porzione della corda utilizzata sia degli indumenti indossati da Manara quella sera. Non risultano acquisiti nemmeno i filmati delle telecamere posizionate agli ingressi del municipio, pur risultando funzionanti all’epoca dei fatti: le immagini sono state nel frattempo sovrascritte.
Il nodo più discusso resta però quello delle due fascette autobloccanti da elettricista, lunghe 69 centimetri, trovate intorno al collo dell’uomo, sotto la corda. Una delle due, secondo la ricostruzione della difesa, era serrata a un punto tale da provocare la perdita di conoscenza in appena 10-15 secondi, un dettaglio che, per il consulente medico legale, mette in dubbio la possibilità che Manara abbia potuto completare da solo tutte le fasi dell’impiccagione. La stessa Debora Russo ha dichiarato di non aver mai visto quelle fascette in casa. Sullo scontrino relativo al loro acquisto, inoltre, gli atti riportano collocazioni discordanti, prima nell’auto della vittima, poi nei pressi del corpo, e la consulenza dubita che tipologia e prezzo indicati corrispondano effettivamente agli oggetti rinvenuti.
Anche la dinamica fisica dell’impiccagione viene rimessa in discussione: il vano scala in cui è stato trovato il corpo misura appena 40 centimetri di larghezza e secondo la ricostruzione biomeccanica del consulente una caduta con arresto della corda avrebbe dovuto produrre un movimento pendolare e urti contro gradini e ringhiera, lesioni che la relazione autoptica non ha invece registrato.
A rafforzare i dubbi della famiglia contribuisce anche il contesto personale di quei giorni: Manara si era ricandidato a sindaco e nelle settimane precedenti stava seguendo personalmente la realizzazione di volantini e manifesti per la campagna elettorale, un impegno che secondo i legali mal si concilia con l’idea di un gesto premeditato. L’istanza chiede ora nuovi accertamenti ancora tecnicamente possibili a più di due anni di distanza: esami tossicologici sui campioni conservati, analisi genetiche sui reperti e, tramite un’eventuale riesumazione, ulteriori verifiche sul corpo.