Raggiunto il quorum per la consultazione popolare sulla riforma della magistratura. Ricorso al Tar per annullare la data.
Una valanga di consensi ha travolto ogni previsione: in appena tre settimane e mezzo, dal periodo prenatalizio fino a metà gennaio, la campagna digitale contro le modifiche all’ordinamento dei magistrati ha superato la soglia di mezzo milione di adesioni. Un risultato che stabilisce un record di velocità per le iniziative referendarie popolari in Italia, con una media superiore alle 20mila sottoscrizioni giornaliere attraverso la piattaforma telematica che richiede l’identificazione tramite identità digitale.
L’iniziativa, coordinata da una quindicina di esperti legali sotto la guida di Carlo Guglielmi, legale di riferimento per numerose organizzazioni sindacali di base, ha centrato l’obiettivo costituzionale necessario per richiedere una consultazione popolare sulle modifiche della Carta fondamentale quando queste non ottengono i due terzi dei voti parlamentari. La raccolta proseguirà fino agli ultimi giorni di gennaio, continuando a macinare numeri che testimoniano l’interesse diffuso sul tema.
Mentre l’iniziativa popolare dimostrava una partecipazione inattesa, il governo ha compiuto una mossa che gli organizzatori bollano come illegittima. Con un decreto del Consiglio dei ministri di lunedì scorso, quando le firme erano già oltre le 350mila, l’esecutivo ha stabilito che gli italiani andranno alle urne nell’ultimo fine settimana di marzo, approfittando della procedura attivata da esponenti parlamentari della maggioranza già validata dal massimo organo della magistratura contabile.
La decisione comporta un’evidente compressione dei tempi: invece di rispettare la finestra trimestrale dalla pubblicazione ufficiale della legge (che risale alla fine di ottobre) durante la quale i cittadini possono legittimamente organizzare raccolte firme, il governo ha scelto di bruciare i tempi. Una scelta che i giuristi contestano come priva di precedenti nella storia delle consultazioni popolari su temi costituzionali del dopoguerra ad oggi.
La risposta del comitato è stata immediata e su due binari: da un lato un’azione legale presso il tribunale amministrativo laziale per ottenere prima il congelamento urgente e poi la cancellazione del provvedimento governativo, con l’udienza già fissata per la fine di questo mese. Dall’altro la preparazione di ulteriori iniziative giuridiche qualora il ricorso amministrativo non dovesse produrre gli effetti sperati.
Secondo le ricostruzioni degli addetti ai lavori, la strategia di Palazzo Chigi prevedeva inizialmente tempistiche ancora più serrate. L’ipotesi originaria era di utilizzare l’ultima riunione del Consiglio dei ministri dello scorso anno, quella programmata per il 29 dicembre, per fissare la consultazione addirittura ai primi di marzo, sfruttando il margine minimo consentito dalle norme (tra cinquanta e settanta giorni di preavviso).
L’obiettivo sarebbe stato duplice: ridurre al minimo lo spazio per il dibattito pubblico e sfruttare il momento favorevole nei sondaggi d’opinione, che nelle prime rilevazioni indicavano un chiaro vantaggio per chi sostiene la riforma. Tuttavia, quel progetto è naufragato proprio a causa del successo clamoroso della raccolta firme nella sua fase iniziale: le oltre centomila sottoscrizioni registrate nella prima settimana, amplificate dall’endorsement pubblico dei principali esponenti dell’opposizione parlamentare, hanno fatto suonare un campanello d’allarme.
La data poi scelta resta comunque molto anticipata rispetto ai tempi considerati fisiologici, anche se le ultime indagini demoscopiche segnalano un marcato recupero delle posizioni contrarie alla riforma, rendendo meno scontato l’esito della consultazione.
Un ulteriore fronte di scontro, più tecnico ma non meno rilevante, riguarda il modo in cui sarà posta la domanda agli elettori. La versione già approvata dalla Cassazione, basata sull’iniziativa dei parlamentari, utilizza una formula sintetica che richiama solo la denominazione ufficiale della riforma: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.
La versione proposta dal comitato cittadino segue invece un approccio analitico, elencando puntualmente tutti e sette gli articoli costituzionali interessati dalle modifiche. Non si tratta di una preferenza estetica: i legali del comitato sostengono che la normativa sui referendum costituzionali imponga esplicitamente questa forma dettagliata, per consentire agli elettori di comprendere esattamente cosa stanno votando.
La situazione crea un precedente assoluto: mai prima d’ora si è verificata la convivenza di un referendum già indetto su iniziativa parlamentare con una raccolta firme popolare sulla medesima riforma. Quali margini ha la Cassazione per intervenire? Può modificare retroattivamente il quesito nonostante la consultazione sia già stata ufficializzata? I promotori ritengono che non solo l’organo giudiziario possa farlo, ma che ne abbia l’obbligo per garantire il diritto costituzionale all’informazione completa. In caso contrario, è già predisposto un ulteriore ricorso alle istituzioni di garanzia per tutelare questo aspetto procedurale.