Il marito, accusato anche di violenza sessuale, è stato portato in carcere. L’inchiesta è partita dalla denuncia della donna, che ha trovato il coraggio di parlare.
Reggio Emilia – Sei anni vissuti nella paura, tra le mura di una casa che avrebbe dovuto essere un rifugio e che invece si era trasformata in una prigione. Sei anni di botte, umiliazioni e minacce che, secondo l’accusa, le sono costati il dolore più grande: perdere per tre volte il bambino che portava in grembo. È l’incubo raccontato agli investigatori da una donna di 35 anni, di origine nigeriana, che alla fine ha trovato la forza di dire basta. Il marito, un connazionale di 41 anni, è stato arrestato dalla squadra mobile di Reggio Emilia e si trova ora in carcere.
Un calvario quotidiano, fatto di percosse, vessazioni e umiliazioni, di comportamenti che calpestavano ogni giorno la dignità della donna. Una spirale di violenze fisiche e psicologiche che, per tre volte, si sarebbe abbattuta su di lei anche durante la gravidanza, provocandole altrettanti aborti. Tre figli mai nati, tre ferite che nessuna sentenza potrà mai rimarginare.
E non è tutto. Nel suo racconto la 35enne ha riferito anche un episodio di violenza sessuale, che secondo quanto ricostruito sarebbe avvenuto proprio nella notte di Capodanno di quest’anno, quando nel resto del mondo si brindava a un nuovo inizio.
Per anni la donna ha taciuto, sopportando in silenzio. Poi, di recente, la svolta: ha deciso di rompere il silenzio e di presentarsi alla Questura per denunciare il marito. Da quel momento gli agenti si sono messi al lavoro, coordinati dalla Procura di Reggio Emilia, alla ricerca di riscontri e testimonianze che confermassero il suo racconto. Un quadro ritenuto così grave da spingere il giudice a firmare un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Nel pomeriggio di giovedì 5 novembre per il 41enne sono scattate le manette. L’uomo è stato portato nella casa circondariale di Reggio Emilia, dove resta a disposizione dell’autorità giudiziaria. Le accuse dovranno ora essere vagliate nelle sedi competenti.
Una storia che si aggiunge alla lunga lista di violenze consumate dentro le mura domestiche, dove spesso il carnefice ha il volto di chi dovrebbe proteggere. E che lancia, ancora una volta, lo stesso messaggio: denunciare si può. Chi si trova in una situazione simile può chiedere aiuto, anche in forma anonima, al numero antiviolenza 1522, attivo giorno e notte.



