Barbara Corvi inghiottita dal silenzio

La scomparsa della trentacinquenne di Montecampano, le ombre della ‘ndrangheta e il dolore di una famiglia che non si arrende al silenzio.

AMELIA (Terni) – Barbara Corvi era una donna solare, dinamica e profondamente legata alla sua famiglia. Nella sua vita quotidiana a Montecampano, una tranquilla frazione del comune di Amelia in provincia di Terni, gestiva un’attività commerciale insieme ai genitori e alle due sorelle. La sua esistenza scorreva apparentemente serena fino a quel drammatico 27 ottobre del 2009, giorno in cui la trentacinquenne svaniva nel nulla, lasciando a casa i propri documenti, i vestiti, il cellulare e la borsa con i soldi. I suoi due figli, 19 e 15 anni all’epoca dei fatti, perdevano da un momento all’altro ogni contatto con una madre che non li avrebbe mai abbandonati di sua spontanea volontà.

Negli ultimi tempi prima della scomparsa, il clima all’interno delle mura domestiche era diventato teso. Barbara non andava più d’accordo con il marito, Roberto Lo Giudice, trasferitosi in Umbria al seguito del padre, che si trovava lì in regime di soggiorno obbligato. Il cognome di Roberto portava con sé un peso ingombrante: l’uomo era infatti uno dei 13 figli di Giuseppe Lo Giudice, noto capobastone dell’omonima cosca di ‘ndrangheta a Reggio Calabria, ucciso in un agguato nel 1990.

Roberto Lo Giudice

La situazione tra i due coniugi era precipitata quando il marito aveva scoperto che Barbara stava frequentando un altro uomo, intrecciando con quest’ultimo una relazione sentimentale. Poco prima della scomparsa, i due avevano avuto una lite furibonda, durante la quale il telefono della donna veniva distrutto dal marito. Da quel momento in poi, l’unico testimone delle ultime ore di Barbara rimaneva proprio Roberto Lo Giudice, il quale raccontava di averla accompagnata a casa in macchina, di essere uscito nuovamente e di non averla più trovata al suo rientro. Un racconto che non trovava riscontri, poiché familiari e figli l’avevano sentita o vista soltanto alcune ore prima che della donna si perdessero completamente le tracce.

Barbara Corvi

Nei giorni immediatamente successivi alla sparizione, arrivavano a Montecampano due cartoline spedite da Firenze a nome di Barbara, che invitavano i familiari a non preoccuparsi e ad attendere speranzosi il suo ritorno. I figli non riconoscevano la calligrafia della madre e le successive perizie grafologiche confermavano che quelle missive non erano state scritte da lei, rivelandosi un bieco tentativo di depistaggio per far credere a un allontanamento volontario.

Negli anni, le indagini si intrecciavano inevitabilmente con le vicende della famiglia Lo Giudice e con le rivelazioni dei pentiti di mafia. Tra le storie parallele emergeva quella di Angela Costantino, moglie di un altro fratello Lo Giudice, svanita nel 1994 a soli 25 anni e risultata poi assassinata dalla ‘ndrangheta per una relazione extraconiugale. I collaboratori di giustizia tiravano in ballo Roberto Lo Giudice e il fratello Maurizio come responsabili dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere di Barbara, scatenando arresti e ricorsi che portavano prima a proscioglimenti dalla Cassazione e poi all’archiviazione del caso nel 2023 per mancanza di elementi indiziari sufficienti.

Angela Costantino

Nonostante i rilievi scientifici sui francobolli delle cartoline recapitate alla famiglia di Barbara Corvi non abbiano purtroppo restituito tracce biologiche o profili DNA, le indagini sono state riaperte e vedono ancora una volta indagati l’ex marito e il cognato. A distanza di 17 anni, la famiglia di Barbara Corvi, supportata dall’associazione Libera e dall’intera comunità, continua a chiedere giustizia per abbattere il muro di omertà e restituire dignità alla memoria di una giovane madre.