Omicidio di Tatiana Tulissi, confermata la condanna a 16 anni per il compagno

Paolo Calligaris ritenuto responsabile del delitto avvenuto a Manzano (Udine) l’11 novembre 2008. È la terza sentenza di secondo grado nel tormentato iter processuale dell’imprenditore.

Venezia – Dopo 17 anni di processi, colpi di scena e verità oscillanti, la Corte d’Assise d’Appello di Venezia ha messo un punto fermo, almeno per ora, sul caso di Tatiana Tulissi. Paolo Calligaris, imprenditore friulano ed ex compagno della donna uccisa a Manzano l’11 novembre 2008 con tre colpi di pistola, è stato condannato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario. È la seconda volta che una corte veneziana conferma la pena inflitta in primo grado nel 2019 dal gup di Udine, un verdetto che si scontra con l’assoluzione piena ottenuta a Trieste nel 2021 e con le ripetute proteste d’innocenza dell’imputato.

Il delitto risale a quella sera di novembre, quando Calligaris, allora 38enne, rientrò nella villa di Manzano e trovò Tatiana, 36 anni, agonizzante sull’uscio. “Ho cercato di rianimarla, poi ho chiamato i soccorsi”, ha sempre sostenuto. Ma per gli inquirenti, quella fu la tragica conclusione di una lite furiosa, iniziata al telefono e culminata con tre spari. Il movente? Una relazione in crisi, segnata dal desiderio di Tulissi di avere un figlio – non condiviso da Calligaris – e dall’interesse dell’uomo per un’altra donna. Indizi come i vestiti bruciati e le modifiche alla villa sotto sequestro hanno rafforzato l’accusa.

L’iter giudiziario è stato un’odissea. Archiviato una prima volta, il caso fu riaperto nel 2016 con nuove prove. Nel 2019 arrivò la condanna a 16 anni con rito abbreviato; nel 2021, l’assoluzione a Trieste “per non aver commesso il fatto”. La Cassazione annullò quel verdetto nel 2022, mandando il processo a Venezia, dove nel 2023 Calligaris fu di nuovo condannato. Un ulteriore annullamento della Suprema Corte, lo scorso settembre, aveva criticato l’analisi “superficiale” dei giudici veneziani, disponendo un nuovo appello. Oggi, la Corte – diversa da quella del 2023 – ha ribadito la colpevolezza, accogliendo la tesi del pm Pasquale Mazzei, che aveva chiesto la conferma della pena.

“È una persecuzione giudiziaria”, ha scritto Calligaris nell’ottobre 2024 a Repubblica, rispondendo all’appello della madre di Tatiana, Meri Conchione. “Chi più di me vorrebbe la verità?”. La difesa, guidata da Alessandro Gamberini e Rino Battocletti, insiste sulla pista alternativa di una rapina finita male, puntando il dito sul rapinatore Luigi Carta, il “Lupo Solitario”. Ma la Corte ha ritenuto gli indizi contro Calligaris – dai tempi degli spari alle macchie di sangue – sufficienti a escludere il ragionevole dubbio.

La sentenza, dopo cinque ore di camera di consiglio, conferma anche la provvisionale di 450 mila euro alla famiglia Tulissi. Per Marisa, madre della vittima, è un passo verso la giustizia, ma non la fine: “Voglio sapere dov’è mia figlia”, ha detto, riferendosi al corpo mai ritrovato. La difesa annuncia ricorso in Cassazione: “Siamo sgomenti, non ci fermeremo”. A 17 anni dal delitto, il caso Tulissi resta una ferita aperta, tra certezze giudiziarie e ombre che non si dissipano.

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