Carmelo Cinturrino, in carcere per la morte del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri, ha reso dichiarazioni spontanee.
Milano – Ha parlato per quasi tre quarti d’ora, con voce spesso spezzata dall’emozione. Carmelo Cinturrino, assistente capo della polizia di Stato attualmente in carcere con l’accusa di omicidio volontario, ha scelto di rendere dichiarazioni spontanee nel corso della seconda udienza dell’incidente probatorio legato alla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso lo scorso 26 gennaio nel bosco di Rogoredo, a Milano.
“Sono enormemente dispiaciuto per la fine che ha fatto questo ragazzo, e per la fine che ho fatto io”: con queste parole l’agente ha aperto il proprio intervento, cercando fin da subito di tracciare un ritratto di sé lontano da quello che emerge dagli atti giudiziari.
Diciotto anni di servizio, 25 giorni di malattia in tutta la carriera, e il vanto di essere stato il primo della sua famiglia a indossare una divisa. Cinturrino ha costruito la propria difesa attorno all’immagine di un poliziotto irreprensibile e appassionato del proprio mestiere, respingendo con forza ogni accusa di condotta irregolare. Ha negato di aver mai sequestrato illecitamente droga o denaro, rivendicando di aver sempre agito “nella massima legalità” e attraverso regolari verbali. Ha persino descritto un rapporto quasi assistenziale con i frequentatori del boschetto, ai quali avrebbe portato abiti e medicinali. “Non ho mai picchiato nessuno – ha dichiarato – a maggior ragione un invalido”.
Sul momento cruciale, quello in cui Mansouri è stato ucciso con un colpo alla testa in via Impastato, Cinturrino ha offerto una spiegazione scarna: ha sparato perché spaventato. Ha precisato di non conoscere personalmente la vittima, se non nell’ambito dell’attività investigativa. Ha confermato la presenza di un testimone oculare, un cittadino afghano che ha assistito all’intera scena, ma ha taciuto su uno degli elementi più controversi dell’intera vicenda: la pistola giocattolo che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata collocata accanto al corpo della vittima dopo il fatto. Nessuna parola, inoltre, sulle accuse che coinvolgono i colleghi indagati insieme a lui.
Il momento di maggiore intensità emotiva è arrivato verso la fine, quando Cinturrino ha parlato della visita ricevuta in carcere dal padre. L’agente è apparso visibilmente commosso, mescolando il dolore per la morte di Mansouri a quello per la propria condizione attuale, in una sovrapposizione che non è passata inosservata tra i presenti in aula.
L’incidente probatorio proseguirà nelle prossime settimane.