La scarpata continua ad arretrare, con rischio per edifici e viabilità; interventi mirati e monitoraggio costante restano fondamentali.
Niscemi – I tecnici confermano che il rischio legato alla frana che ha colpito Niscemi a gennaio resta elevato e destinato a evolvere nel tempo. Un rapporto dell’Università di Firenze, commissionato dal Dipartimento della Protezione civile, analizza dati storici, osservazioni sul campo e immagini satellitari per valutare l’evoluzione del fenomeno e le misure da adottare per contenere i danni.
Secondo il documento, confrontando la frana con eventi storici del 1790 e del 1997, è plausibile prevedere un arretramento del ciglio della scarpata di alcune decine di metri, soprattutto in caso di nuove piogge significative. Questo movimento potrebbe coinvolgere edifici prossimi al margine instabile e compromettere tratti strategici di viabilità.
Recentemente la fascia di interdizione è stata ridotta da 150 a 100 metri, consentendo a circa 700 persone di rientrare nelle proprie abitazioni. Nonostante ciò, le autorità mantengono un margine di prudenza superiore a quello indicato dalla normativa per garantire la sicurezza della popolazione.
Le cause della frana sono multifattoriali: il contrasto di permeabilità tra sabbie e argille, l’erosione alla base della collina, l’acqua che scende dalla città verso il torrente Benefizio e le precipitazioni antecedenti all’evento hanno ridotto il coefficiente di sicurezza del versante. Gli esperti evidenziano come la combinazione di fattori geologici, idrogeologici ed erosivi corrisponda a un meccanismo di innesco complesso e coerente con eventi storici precedenti.
La frana di Niscemi rappresenta una riattivazione e un ampliamento di un sistema franoso profondo noto da secoli. Gli episodi del 16 e del 25-26 gennaio 2026 si inseriscono in una dinamica di instabilità di lungo periodo, simile agli eventi eccezionali del 1790 e alla riattivazione del 1997. La massa franosa ha coinvolto un fronte di circa 4,7 chilometri per un volume di oltre 80 milioni di metri cubi. Lo scivolamento è stato moderato, dell’ordine di un metro all’ora, ma continuo.
Il rapporto sottolinea che non è possibile stabilizzare definitivamente l’intero versante con interventi strutturali a causa dei grandi volumi coinvolti, delle profondità di scivolamento e della natura dei terreni. Anche opere di ingegneria idraulica o naturalistica servono solo a rallentare l’evoluzione della frana, ridurre il rischio di riattivazioni e proteggere gli edifici più a rischio.
Nel breve periodo la priorità assoluta resta la sicurezza della popolazione: mantenere fasce di interdizione di almeno 100 metri dal margine della scarpata, monitorare edifici e aree critiche e, se necessario, delocalizzare le abitazioni entro fasce di 50 metri. Nel medio e lungo periodo, gli interventi si concentreranno sulla gestione dei flussi idrici, sul rafforzamento del piede dei versanti e sul potenziamento della rete di drenaggio, combinando ingegneria naturalistica e sistemi di monitoraggio avanzati come inclinometri e piezometri.
Il quadro complessivo conferma che la gestione della frana deve essere adattiva e dinamica, con strategie che combinino sicurezza immediata e pianificazione territoriale resiliente. La storia insegna che Niscemi è vulnerabile a movimenti franosi ricorrenti, ma con interventi mirati e monitoraggio costante il rischio può essere contenuto.