A trent’anni dalla morte, il giudice ha disposto nuove indagini: perizia balistica, testimonianze inedite e la riesumazione della salma per fare finalmente luce su un caso rimasto nell’ombra.
Palermo – C’è voluto un trentennio, ma il caso del maresciallo Antonino Lombardo potrebbe finalmente riaprirsi. Il Gip di Palermo Walter Turturici ha detto no all’archiviazione chiesta dalla Procura, disponendo sei mesi di nuove indagini sulla morte del sottufficiale, rinvenuto cadavere nella sua vettura il 4 marzo 1995 all’interno del cortile della Legione Sicilia. Tra i provvedimenti più clamorosi, spicca quello della riesumazione della salma, mai esaminata con gli strumenti investigativi odierni.
Lombardo non era un militare di routine. Operava nel pieno della stagione stragista, raccogliendo le confessioni di collaboratori di giustizia di primissimo piano. Gestiva in prima persona le dichiarazioni di Salvatore Cancemi, uomo di Cosa Nostra che aveva deciso di parlare dopo le bombe del 1992. Era anche il referente scelto dal boss latitante Tano Badalamenti, incarcerato negli Stati Uniti, che aveva espresso la disponibilità a testimoniare in Italia su vicende delicatissime, tra cui l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, a patto che fosse proprio Lombardo a seguire il suo rientro.

Quella missione non partì mai. Poco prima della trasferta americana, nel corso di una nota trasmissione condotta da Michele Santoro, due esponenti politici siciliani, l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il sindaco di Terrasini Manlio Mele, lo attaccarono pubblicamente. Nel medesimo periodo, un altro pentito lo descrisse come una figura compromessa. Il viaggio fu annullato. Il 25 febbraio 1995 venne assassinato Francesco Brugnano, uno dei suoi informatori fidati. Nemmeno due settimane dopo, Lombardo fu trovato morto
Accanto al corpo fu rinvenuto uno scritto in cui il maresciallo attribuiva la propria fine a una scelta per proteggere la moglie e i figli, respingendo l’accusa di essere un uomo venduto. Faceva riferimento esplicito ai viaggi in America come all’origine di tutto. La Procura concluse per il suicidio. La famiglia non ci ha mai creduto, convinta invece che Lombardo fosse stato eliminato per ciò che sapeva, in particolare sui segreti raccolti da Cancemi riguardo la strage di via d’Amelio.

Il giudice Turturici ha accolto le istanze dei congiunti del maresciallo, che si erano opposti all’archiviazione, e ha predisposto un ventaglio di accertamenti. Oltre alla riesumazione del corpo, ha ordinato una nuova perizia sull’arma di servizio di Lombardo per verificare se il proiettile e il bossolo conservati agli atti siano effettivamente riconducibili a quella pistola.
Sul fronte testimoniale, dovranno essere ascoltati il generale Michele Riccio e il capitano Nuzzi, quest’ultimo chiamato a chiarire i dettagli di due colloqui avvenuti il giorno stesso della morte: uno tra Lombardo e un ufficiale del Ros di Monreale, l’altro con un colonnello dell’Arma. Sarà inoltre sentito il tenente colonnello Giuseppe Arena in merito a una borsa con alcuni documenti che sarebbe stata rimossa dall’auto del maresciallo. Il Gip ha infine chiesto di analizzare gli appunti personali di Lombardo per stabilirne la natura: semplici note di lavoro o trascrizioni di rivelazioni confidenziali che qualcuno avrebbe potuto avere interesse a far sparire.