La “primaria” social e i medici gettonisti: quando la divulgazione diventa divisiva

Bufera mediatica sulla polemica sollevata via TikTok da Solange Fugger, nota come Minerva Salute. Al centro del dibattito il concetto di responsabilità dei professionisti in partita Iva.

Roma – Il mondo dei camici bianchi sui social media, la cosiddetta MedTok, è in fermento. A scatenare la bufera è Solange Fugger, classe 1989, conosciuta online come “Minerva Salute”: responsabile di un DEA di I livello all’Aurelia Hospital e figura di spicco della divulgazione sanitaria digitale, con oltre un milione di follower complessivi tra TikTok e Instagram.

Il motivo della discordia? Due video pubblicati recentemente riguardanti i “medici gettonisti”, ossia quei professionisti che, lavorando in partita Iva anziché con contratto di dipendenza, garantiscono la continuità assistenziale, specialmente nei reparti d’urgenza.

Il video della discordia

Nel primo contributo, Fugger ha espresso una visione molto netta sulla gestione dei turni e sull’etica del lavoro per i liberi professionisti. “Se sono un libero professionista questa cosa non esiste (riferendosi alla possibilità di dare forfait per influenza, ndr): devi cercare tu il cambio”, ha spiegato, aggiungendo una frase che ha suscitato un’ondata di indignazione: “Altrimenti ti prendi una bella Tachipirina e vieni al lavoro”.

Per la creator, il senso di responsabilità del professionista dovrebbe sovrastare le mancanze di tutele contrattuali tipiche della libera professione, come l’assenza di ferie retribuite o malattia. Un approccio che ha sollevato critiche non solo dagli utenti, ma da numerosi colleghi, che hanno letto nelle sue parole una sottovalutazione dei diritti basilari del lavoratore, indipendentemente dalla natura del contratto.

Una comunità sotto pressione

Il dibattito si è poi allargato a una riflessione più ampia sulla qualità della presenza dei medici sui social. Se da un lato il marketing gratuito e la divulgazione possono essere strumenti preziosi, dall’altro la MedTok appare sempre più affollata di contenuti discutibili: tra consigli medici urlati, “faccette allarmate” e l’autopromozione aggressiva degli studi privati, il limite tra informazione e ricerca di visibilità appare sempre più labile.

Fugger ha tentato una replica in un secondo video, cercando di chiarire il proprio punto di vista, ma il baricentro della critica è rimasto fermo: è opportuno che chi organizza i turni, in un ambito delicato come quello sanitario, utilizzi lo schema del “creator video” per impartire lezioni di deontologia professionale o etica del lavoro?

Il nodo delle tutele

Il punto centrale, al netto dei toni social, riguarda la disparità di trattamento. Chi lavora a partita Iva, nel settore sanitario come altrove, opera in una condizione di precarietà strutturale, con tutele – come la malattia o la disoccupazione – spesso inesistenti o difficilmente accessibili. Pretendere da un libero professionista la stessa “dedizione” di un dipendente, senza riconoscerne le tutele, solleva una questione di fondo che, forse, meriterebbe una sede di confronto più formale e meno esposta alle dinamiche – spesso polarizzanti – degli algoritmi.