Meloni completa il puzzle della coalizione

Balboni, Cannella, Barelli, Bizzotto, Dell’Utri: cinque nomi, cinque storie di equilibri interni. Per l’opposizione è solo un “manuale Cencelli aggiornato”.

Roma – Cinque nomi su un foglio. In apparenza una formalità burocratica, il completamento di una squadra di governo con qualche casella rimasta vuota troppo a lungo. In realtà, ogni nomina approvata dal Consiglio dei ministri è il risultato visibile di settimane di negoziati, di richieste avanzate e respinte, di equilibri da tenere insieme in una coalizione che unisce anime diverse e ha imparato a coesistere più per necessità che per affinità.

Fratelli d’Italia esce dalla partita con il bottino più consistente: due ingressi su cinque. Alberto Balboni alla Giustizia e Giampiero Cannella alla Cultura. Non sono scelte casuali. La Giustizia è da sempre terreno sensibile per il partito di Giorgia Meloni, teatro di riforme annunciate e battaglie politiche ancora aperte. La Cultura è uno spazio identitario, un campo in cui FdI ha sempre investito molto in termini di visione e simbolismo.

Agli alleati vanno le briciole del tavolo, ma sono briciole cucite su misura. La Lega ottiene il Ministero delle Imprese e del Made in Italy attraverso Mara Bizzotto, un segnale al mondo produttivo del Nord che rappresenta il cuore dell’elettorato salviniano. Forza Italia porta Paolo Barelli ai Rapporti con il Parlamento, ruolo tecnico ma strategico, quello di chi olia i meccanismi legislativi giorno per giorno. A Noi Moderati tocca Massimo Dell’Utri agli Esteri, una proiezione internazionale per un partito che cerca ancora di costruirsi un profilo riconoscibile.

La trattativa si era inceppata più volte, con richieste incrociate tra i partiti e difficoltà nel trovare una sintesi che accontentasse tutti senza scontentare nessuno. Il fatto che Salvini abbia sentito il bisogno di precisare che l’accordo era già raggiunto prima del passaggio in Consiglio dei ministri la dice lunga: in politica, quando si rivendica la pace, è perché la guerra è appena finita.

Nel giorno delle nomine, i toni ufficiali sono quelli delle grandi occasioni. Galeazzo Bignami di FdI parla di squadra finalmente completa, pronta a lavorare per gli obiettivi che il centrodestra si era dato quattro anni fa presentandosi agli italiani. Stefania Craxi di Forza Italia si sofferma su Barelli, figura chiave per garantire fluidità nei rapporti con le Camere.

Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra usa invece un registro completamente diverso. Mercato delle poltrone, dice. Manuale Cencelli aggiornato. E aggiunge una domanda scomoda: mentre il governo risolve i suoi equilibri interni, chi si occupa del caro vita, dei salari fermi, dei servizi che non funzionano?

È una critica che non stupisce, venendo dall’opposizione. Ma è anche una critica che, in un Paese abituato a guardare con scetticismo ai rimpasti e alle spartizioni, trova terreno fertile.

Il governo Meloni ha ora tutti i tasselli al loro posto. È un risultato politico, nel senso più stretto del termine: dimostra che la coalizione sa ancora trovare un’intesa quando è necessario, anche dopo settimane di attrito. Quel che resta da dimostrare è se una squadra al completo basti a dare risposte concrete alle questioni che stanno a cuore agli italiani e che, spesso, restano fuori dai palazzi di potere.