Il Mangano a ruota della famiglia Marchi funziona ininterrottamente da quasi 4 secoli. Un attrezzo identico veniva utilizzato dagli antichi Romani.
Santarcangelo di Romagna (Rimini) – E l’unico Mangano a ruota esistente al mondo. Costruito nel 1633 dall’artigiano Fiore Melisi si ritrova nell’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert, scritta tra il 1751 e il 1772 come pezzo unico e inestimabile per peso e dimensioni. Gli altri suoi parenti “prossimi” risalgono all’epoca dei Romani e servivano a far leva per tonnellate di peso passeggiando comodamente dentro una ruota. Come fanno i criceti.

Da quattro secoli al servizio della Famiglia Marchi, il Mangano romagnolo serve per pressare i tessuti dando “lustro” cioè brillantezza a cotone e canapa che verranno subito dopo stampati con la ruggine colorata in maniera da rimanere indelebili nel tempo. La ricetta si tramanda di padre in figlio ed è segreta. Ma la storia del Mangano ci viene svelata da uno degli eredi di una vera e propria dinastia di stampatori e depositari dell’antichissima arte dell’incisione romagnola la cui origine si perde nella notte dei tempi:
”…Mangano per intendere Argano almeno così si ritiene – esordisce Alfonso Marchi – cioè una ruota che si muove col peso e con il movimento dell’uomo. Indietro nei millenni pare ce ne sia stato uno in Mesopotamia e che anche gli antichi Egizi ne avessero costruito uno. Sicuramente a Roma, nel primo secolo avanti Cristo, ce n’era un esemplare di notevoli dimensioni mosso dai cosiddetti Calcantes, cioè schiavi addetti al movimento della ruota di legno. Due Mangani si vedono chiaramente nella notissima Torre di Babele di Brucker in mostra permanente al museo di Vienna. Lo stesso Leonardo Da Vinci ne illustra diversi utilizzati come ruota principale per le sue macchine. Il nostro solleva – appena – una pietra di ben cinque tonnellate e mezza senza alcuno sforzo e ci basto io per far muovere velocemente la ruota che agisce su un perno bene ingrassato la cui forza viene trasmessa ad una corda di canapa che si cambia ogni cento anni. Insomma provare per credere…”.

Marchi scende all’interno dell’enorme ruota di legno e inizia a camminare come se stesse passeggiando lungo una via del centro. La pietra si alza e si abbassa senza difficoltà mentre il cerchio prende velocità. Durante ogni ciclo sotto la pressa viene posta la stoffa che così stirata assume più colore neutro e brillantezza dunque pronta a subire i successivi processi di incisione e colorazione:
”…Una volta stesa sul tavolo la stoffa viene trattata a ruggine – aggiunge Gabriele Marchi, figlio di Alfonso – si immerge lo stampo metallico nella ruggine colorata, si poggia lo stampo sul tessuto e si batte il piano della forma con uno speciale martello di legno la cui forgia è vecchia di secoli e secoli. Una volta impressa la stoffa il tessuto viene fatto asciugare naturalmente all’aria prima di essere conservato e pronto per la vendita. Sembra facile ma ognuna di queste fasi ha un suo segreto che, ovviamente, rimarrà nel cervello dei Marchi che verranno…”.
Il nonno di Gabriele, Alfredo Marchi, scomparso nel 2000 e il bisnonno materno Sante Pracucci, defunto a 94 anni e soprannominato ‘e Tintour, ovvero il Tintore per eccellenza, non sono altro che due dei più illustri rappresentanti di famiglia che utilizzavano il Mangano per incidere i tessuti alla stessa maniera di come si fa oggi. Prima di loro altri familiari, allo stesso modo, stampavano cotone e canapa alla maniera Romagnola da chissà quanti secoli:

”…Sicuramente dalla data di fabbricazione della nostra ruota – aggiunge Alfonso Marchi – ma alcuni storici locali mi riferiscono di aver letto il nome Marchi in antichi documenti antecedenti quel periodo quindi c’è da ritenere che qualche altra macchina andata poi distrutta doveva pur esserci. Dalle nostre informazioni e ricerche fatte un po’ in tutta Europa non ci risulta alcun Mangano esistente. Se ce ne fosse qualcuno ancora in vita ci farebbe piacere…”.
I Marchi parlano della ruota come di una creatura. Il legno infatti è ancora vivo e lucido come se fosse stato costruito di recente. Non presenta abrasioni né attacchi di batteri e muffe. Insomma sa di magico e non c’è ragazza romagnola in età da marito che non abbia nel suo corredo una tovaglia od un lenzuolo stampato a ruggine.
L’antica tradizione locale non rischia di certo l’estinzione ma questo lo si deve esclusivamente alla famiglia Marchi che della bottega di umili artigiani di via Cesare Battisti 15 ne ha ricavato un vero e proprio museo:

”…Organizziamo corsi di formazione e visite guidate per le scolaresche – conclude Marchi – Negli anni sono state tante le promesse di elevare il Mangano al rango di patrimonio culturale dell’umanità ma sino ad oggi rimaniamo in attesa. Per quanto ci riguarda continueremo a lavorare col Mangano guardando al futuro sempre con grande con fiducia…”.
Alfonso Marchi ha gestito la stamperia con la moglie Flora sino al 2007. Da allora il testimone è passato ai suoi figli Lara e Gabriele Marchi che continuano la grande tradizione di famiglia.