Il cold case della trentenne scomparsa a Francavilla a Mare nel 1996 è ancora senza risposta, tra piste inesplorate, archiviazioni e una verità che continua a sfuggire.
Francavilla a Mare – È il 26 luglio 1996. Un sabato di tarda estate sull’Adriatico. Donatella Grosso, trent’anni da poco compiuti, esce di casa a Francavilla a Mare con due valigie. Da allora entra nella lunga lista degli scomparsi, per non uscirne mai più. Trent’anni dopo, non c’è ancora una risposta su cosa le sia accaduto.
Donatella è una ragazza brillante, laureata in lingue a Pescara, di origine molisana. Vive in Abruzzo ma la sua famiglia è di Viterbo: il padre Mario e la madre Tina sono entrambi insegnanti, persone riservate e dignitose. È figlia unica, molto legata a casa. Chi la conosce la descrive come solare, appassionata, amante del canto. Sul fronte lavorativo, gravita attorno a una realtà commerciale dalla struttura poco trasparente, un aspetto della sua vita che le indagini non approfondiscono mai fino in fondo.
Nei mesi prima di sparire, Donatella ha una storia con Marco Fioroni, uno studente universitario. Un rapporto tenuto nascosto perché lui ha già un’altra relazione ufficiale, con una ragazza di buona famiglia residente a Pescara. Donatella pare sia a conoscenza della situazione ma non si tira indietro. La madre Tina intuisce che la figlia stia per rivelarle qualcosa di importante, un segreto che pesa. Molti, a posteriori, penseranno a una gravidanza.
Quella sera Fioroni arriva sotto casa. Alcuni condomini assistono alla scena: i bagagli vengono sistemati nell’auto di lui, una Renault 5, e i due si allontanano. Fioroni racconterà di averla lasciata davanti alla stazione di Pescara, diretta verso una destinazione che non specifica. Ma nessun ferroviario, nessun passeggero, nessuna telecamera la registra in quella stazione quella notte.

Nei giorni seguenti i genitori ricevono una lettera. Anche due amici di Donatella ricevono una missiva ciascuno. I testi sono diversi, costruiti su misura per ogni destinatario: ai genitori comunica una partenza improvvisa di cui non aveva parlato; all’amico chiede di mantenere il segreto; all’amica scrive di dover seguire qualcuno, di voler tentare qualcosa di importante un’ultima volta. Tre messaggi distinti, coerenti tra loro eppure calibrati. Troppo, secondo chi la conosceva bene, per essere frutto di una decisione presa d’impulso nel giro di poche ore.
Al centro di anni di battaglie legali c’è un francobollo. Quello incollato sulla busta della lettera spedita ai genitori da Pescara, il 27 luglio, il giorno successivo alla scomparsa. La difesa della famiglia ottiene una consulenza da Luciano Garofano, generale dei carabinieri, che individua tracce biologiche sul reperto. Le analisi non portano però a un risultato definitivo: i materiali risultano alterati da una serie di manipolazioni precedenti agli accertamenti ufficiali, rendendo impossibile qualsiasi conclusione certa.
Nell’autunno del 2010, anni dopo i fatti, una residente dello stesso stabile in cui abitava Donatella riferisce agli inquirenti di aver sentito, in quei giorni del luglio 1996, urla e rumori violenti provenire dall’appartamento della ragazza. In particolare, la testimone racconta di aver udito una voce maschile. Fioroni finisce nel registro degli indagati con le ipotesi di omicidio e occultamento. Nel 2013 un suo appezzamento di terreno viene passato al setaccio con strumentazione geofisica. La ricerca porta alla luce alcuni capi d’abbigliamento femminile interrati in profondità. L’entusiasmo dura poco: nessun esame riesce a stabilire un collegamento con Donatella e le indagini si arenano di nuovo.

Qualche anno dopo arriva un’altra falsa speranza: in una zona compatibile con i movimenti della ragazza nelle ore precedenti alla sparizione viene rinvenuto uno scheletro appartenente a una donna della sua età, morta in quegli stessi anni. La comparazione genetica con i campioni dei genitori esclude però qualsiasi parentela.
Mario e Tina Grosso affrontano tutto questo senza mai cedere alla spettacolarizzazione. Non puntano il dito in pubblico, non cercano visibilità mediatica, non alimentano polemiche. Si affidano alla magistratura e al loro legale, l’avvocato Giacomo Frazzitta, e attendono. Mario viene a mancare nel 2014 con la convinzione di non aver mai saputo quale fosse stata la sorte di sua figlia. Tina va avanti da sola. Nel 2019, dopo aver dovuto respingere anche le illazioni di un investigatore privato che sosteneva, senza alcun riscontro, che Donatella fosse ancora in vita e che la famiglia ne fosse a conoscenza, ottiene finalmente la dichiarazione legale di morte presunta.
Il procedimento penale viene archiviato per l’ultima volta nel 2015, la sesta in quasi vent’anni. Il giudice scrive che le indagini, pur ripetute e articolate, non hanno mai prodotto elementi sufficienti per sostenere un’accusa in aula. Fioroni non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche sul caso.
Oggi l’avvocato Frazzitta intravede una nuova possibilità. In un procedimento del tutto distinto, relativo a vecchie indagini palermitane, sono riemersi documenti e registrazioni audio riguardanti le indagini sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel settore imprenditoriale che, nonostante un ordine formale di distruzione, sono riemersi intatti dagli archivi della Procura. Una circostanza che ha spinto il legale a chiedersi se qualcosa di simile possa essere accaduto anche nel caso Grosso, dove la documentazione intercettiva fu dichiarata distrutta con una rapidità che all’epoca sembrò anomala.
Trent’anni dopo, il nome di Donatella Grosso resta sospeso tra ciò che si è potuto accertare e ciò che non è mai stato chiarito. Le indagini hanno lasciato dietro di sé tracce fragili, piste interrotte, domande che nessun atto giudiziario ha saputo chiudere davvero. Ma ogni cold case sopravvive finché qualcuno continua a interrogarlo, a rimettere in fila i dettagli, a chiedersi cosa sia sfuggito.
Se nuovi materiali dovessero emergere o se la tecnologia potesse restituire voce a ciò che allora non ne aveva, la storia di Donatella potrebbe ancora cambiare direzione.