L’Aquila, diciassette anni dopo

La città ricorda le 309 vittime del terremoto del 6 aprile 2009 e rinnova il patto con la propria storia, senza dimenticare ciò che è stato.

L’Aquila – Era il 6 aprile 2009 quando una scossa di magnitudo 5,9, alle 3.32 del mattino, svegliò di colpo una città intera, trasformando in pochi secondi palazzi, chiese e case in cumuli di macerie. Morirono 309 persone. Oltre 1.600 rimasero ferite. Circa settantamila persero tutto.

La scossa era arrivata al termine di uno sciame sismico iniziato nel dicembre del 2008, dopo mesi di scosse diventate sempre più frequenti. Molti avevano lasciato le case per precauzione. Poi, rassicurati da alcune dichiarazioni pubbliche che invitavano alla calma, erano rientrati. E quella notte, nel sonno, molti non si svegliarono più.

Il sisma colpì con particolare violenza il centro storico, dove crollarono o si lesionarono gravemente oltre cento chiese, la Prefettura, l’ospedale San Salvatore, dichiarato inagibile al novanta per cento, e una parte della Casa dello Studente. Altrettanto devastante fu il destino di alcuni condomìni in via Campo di Fossa e nelle zone periferiche, dove l’amplificazione delle onde sismiche sui sedimenti alluvionali moltiplicò la violenza della scossa. Il piccolo borgo di Onna, a pochi chilometri dall’epicentro, fu praticamente raso al suolo. La scossa fu avvertita in tutta l’Italia centrale, fino a Napoli.

Diciassette anni dopo la ricorrenza è caduta nella notte di Pasqua. Una coincidenza che ha reso la commemorazione diversa dal solito: niente fiaccolata, per la prima volta, ma una cerimonia più raccolta, costruita attorno al silenzio e alla musica. Palazzo Margherita è stato illuminato di azzurro, mentre all’Emiciclo i Solisti Aquilani hanno accompagnato la serata con musica classica, prima che la folla si spostasse al Parco della Memoria per la lettura dei nomi.

A fare da portavoce ai familiari è stato Vincenzo Vittorini, che ha scelto di citare Saramago per spiegare il senso di quella notte che non finisce mai: la memoria non è un peso da portare, ma una responsabilità da tramandare. Un invito rivolto soprattutto alle generazioni più giovani, perché il ricordo non si cristallizzi in rito ma resti materia viva.

Il sindaco Pierluigi Biondi ha proclamato il lutto cittadino per l’intera giornata, con le bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici. Questa mattina i cittadini si sono ritrovati davanti alla Casa dello Studente, simbolo tra i più dolorosi di quella notte, dove persero la vita molti ragazzi, per deporre fiori ai piedi dell’angelo di legno che da anni veglia su quel luogo.

L’Aquila di oggi è una città che porta in sé due anime: quella delle macerie e quella della ricostruzione. I cantieri sono ancora aperti, alcune ferite nel tessuto urbano non si sono rimarginate. Eppure la città ha scelto di guardare avanti senza smettere di guardare indietro. Quest’anno lo fa anche come Capitale italiana della Cultura 2026: un riconoscimento che suona per molti aquilani come una forma di riscatto collettivo.

Il croco di zafferano, il Fiore della Memoria, simbolo scelto dalla città per ricordare le vittime, è stato distribuito in tutta la provincia. Un fiore tenace, che cresce anche nei terreni difficili. Come quello di questa città.