Il caso dei “30 secondi”: dopo otto anni e due assoluzioni, l’ex sindacalista di Malpensa è ritenuto colpevole. La hostess Barbara D’Astolto: “Nessuna donna merita il mio calvario”.
Milano – Ci sono voluti otto lunghi ed estenuanti anni, due assoluzioni e il peso di una domanda che toglie il sonno – “ma chi me lo ha fatto fare di denunciare?” – perché la giustizia pronunciasse una sola, netta verità: una violenza sessuale non si misura con il cronometro. Lo hanno messo nero su bianco i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle 31 pagine delle motivazioni con cui, nell’appello bis, hanno condannato a un anno e due mesi l’ex sindacalista accusato di aver abusato della hostess Barbara D’Astolto, il famigerato “caso dei 30 secondi“.
I fatti risalgono al marzo 2018. La donna, oggi 49enne, si era rivolta all’uomo – all’epoca sindacalista all’aeroporto di Malpensa – per una semplice vertenza sindacale. In quel contesto di lavoro, ricostruiscono i giudici, l’imputato le si avvicinò “vilmente”, alle spalle, con un gesto “veloce, fulmineo, un lampo” che la colse di sorpresa e le impedì di reagire.
Per due volte, però, quei pochi istanti erano bastati a trasformare la vittima in imputata. In primo grado a Varese, nel 2022, e poi in appello, il 48enne era stato assolto: secondo i giudici, in quei “20-30 secondi” la donna avrebbe potuto opporsi e perfino “dileguarsi”. Una lettura che aveva fatto esplodere le polemiche in tutta Italia.

A ribaltare tutto è stata la Cassazione. Nel febbraio 2025, accogliendo il ricorso del sostituto procuratore generale Angelo Renna, la Suprema Corte annullò l’assoluzione con rinvio: il ritardo nella reazione, scrissero i giudici, è “irrilevante” ai fini della violenza e va ricondotto al “freezing”, quel congelamento che paralizza chi subisce un trauma.
Ora la Corte d’Appello di Milano chiude il cerchio. “L’ordinamento non prevede una soglia minima di durata” della violenza, che “prescinde dal tempo”, scrivono i magistrati. È chi agisce ad avere “l’onere di accertarsi” del consenso, che deve essere “libero, attuale, specifico e perdurante”. L’incredulità e il ritardo di pochi secondi non sono un sì: sono “difesa passiva” e “disorientamento”, compatibili con il trauma subito. All’imputato i giudici attribuiscono una volontà “sessualmente prevaricatrice”; alla vittima, una provvisionale di 10mila euro.
Fuori dal tribunale, la voce di Barbara D’Astolto è quella di chi ha vinto una guerra lunga una vita. “Oggi è stato ribadito ciò che la Suprema Corte aveva già scritto, demolendo in toto le motivazioni che avevano portato alla doppia assoluzione”, ha dichiarato. Poi l’appello che vale più di ogni sentenza: “Le donne italiane che denunciano non meritano il calvario che ho passato io. Serve una legge che stabilisca nero su bianco che senza consenso è violenza. Sempre”.



