Il guardiano rimase ucciso nell’esplosione dello stabilimento agroalimentare, bersaglio di un attentato dinamitardo contro i titolari che si opponevano alle estorsioni.
Avola – Una violenza spietata e cieca per punire chi osava ribellarsi al racket delle estorsioni. Nell’ottobre del 1987 la mafia colpiva ad Avola, in provincia di Siracusa, devastando lo stabilimento della “Fratelli Fugali Srl” e travolgendo la vita di Paolo Svezia, guardiano notturno di 53 anni e vittima innocente di una rappresaglia diretta ai suoi datori di lavoro.
La tragedia si consumava nella campagna di contrada Zagaria, a circa tre chilometri dal centro abitato. Tra le 20.00 e le 21.00 di un mercoledì sera, un sordo boato scuoteva la zona. In paese molti avvertivano la forte vibrazione, ma nessuno lanciava l’allarme: complice la programmazione televisiva della serata, in diversi scambiavano la potente esplosione per gli effetti sonori del film Rambo, in onda proprio quella sera su Canale 5.
A scoprire la devastazione sarebbe stato uno dei titolari della ditta di trasformazione agrumicola, Sebastiano Fugali, giunto sul posto poco dopo le 8.00 del mattino seguente. Lo stabilimento, appena ultimato e non ancora entrato in funzione, appariva ridotto a un ammasso di macerie. Gli attentatori avevano introdotto nell’edificio venti chilogrammi di dinamite, stipati all’interno di una lattina per olio e innescati da un artificiere esperto.
L’impatto si rivelava tremendo e spazzava via un’intera ala del capannone, proprio quella in cui si trovava l’alloggio di Paolo Svezia, il cui corpo veniva straziato dall’onda d’urto. Un secondo ordigno di pari potenza, collocato a ridosso di una trave portante nel tentativo di far crollare la struttura intera, non si innescava soltanto perché la miccia a lenta combustione si spegneva prima di raggiungere il detonatore.
Paolo Svezia lasciava la moglie e quattro figli. L’uomo era stato assunto soltanto quattro giorni prima per vigilare sul nuovo impianto. Gli investigatori, come si legge su un articolo di Repubblica dell’epoca, ritrovavano il suo fucile ancora riposto all’interno della custodia, segno che Svezia non aveva fatto in tempo neppure ad accorgersi dell’intrusione né ad abbozzare una difesa.
Le indagini chiarivano fin dai primi istanti la matrice della strage: si trattava della risposta punitiva della criminalità organizzata contro i fratelli Fugali, colpevoli di essersi opposti alle richieste di pizzo e di aver rifiutato di piegarsi ai clan.
Nel 2020 la Procura di Catania chiese di archiviare il caso, dopo l’ennesima indagine aperta e chiusa senza l’identificazione di un colpevole.



