L’autobomba destinata al magistrato Palermo cancellò la vita di Barbara Rizzo e dei figli Giuseppe e Salvatore Asta.
Pizzolungo – C’è una macchia di sangue su un muro bianco. Alta, lontana dal suolo, impossibile da raggiungere con le proprie gambe. È lì che finì uno dei due corpicini. E quella macchia, più di qualsiasi parola, racconta cosa accadde a Pizzolungo la mattina del 2 aprile 1985.
Era un mercoledì qualunque. Barbara Rizzo aveva 30 anni, due figli gemelli di sei anni da portare a scuola e una giornata davanti come tante altre. Salvatore e Giuseppe Asta stavano crescendo, come crescono i bambini, ignari di tutto. Salirono in macchina e partirono senza arrivare mai.
A poca distanza da quella Volkswagen Scirocco stava passando un’altra auto: una berlina blindata con a bordo il sostituto procuratore Carlo Palermo, nel mirino della mafia per le sue indagini su un traffico internazionale di droga che portava fino a una raffineria di eroina nascosta nelle campagne di Alcamo. Gli assassini erano appostati da ore, telecomando in mano, pronti ad agire. Quando videro l’auto del magistrato avvicinarsi, premettero il pulsante. Non si fermarono nemmeno quando videro che tra la bomba e la blindata c’era un’altra macchina, con dentro una donna e due bambini.
L’esplosione fu devastante. La Scirocco venne letteralmente cancellata. Di Barbara, Giuseppe e Salvatore non rimase quasi nulla. Il magistrato sopravvisse, ferito. La scorta rimase a terra, colpita dalle schegge.
Nunzio Asta, marito di Barbara e padre dei gemelli, abitava a pochi passi. Sentì il boato, corse sul posto insieme al cognato, ma della Scirocco non c’era traccia: solo lamiere, polvere e silenzio. Non immaginò nemmeno per un momento che i suoi potessero essere coinvolti. Tornò a casa. Andò al lavoro. Poi arrivò la telefonata della polizia e la notizia che i suoi figli non erano mai entrati a scuola.

Si salvò solo Margherita, la figlia maggiore, che quella mattina aveva chiesto un passaggio a una vicina per non fare tardi. Un gesto banale che le salvò la vita. Aveva undici anni e si ritrovò sola: sua madre e i suoi fratellini non c’erano più e negli anni successivi avrebbe perso anche il padre, stroncato da un infarto nel 1993 a soli 46 anni.
Le indagini durarono decenni. I primi processi si chiusero con assoluzioni che lasciarono l’amaro in bocca. Fu solo grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che si riuscì a risalire ai mandanti: Salvatore Riina e il boss trapanesi Vincenzo Virga vennero condannati all’ergastolo nei primi anni Duemila.
L’ultimo tassello arrivò molto più tardi, grazie a una testimonianza straordinaria: quella di Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo Galatolo, che scelse di raccontare tutto pur sapendo cosa significasse voltare le spalle alla propria famiglia. Una scelta pagata a caro prezzo, ma che permise di aggiungere un altro nome alla lista dei condannati.