La stanza della morte: Federico e l’illusione degli incontri protetti

Un figlio che chiedeva protezione, una madre lasciata sola e uno Stato che non ha visto il pericolo: la storia di un omicidio annunciato e mai davvero riconosciuto.

Milano – Federico Barakat nasce il 19 aprile del 2000 a Segrate, provincia di Milano. Ama il Nintendo, è bravissimo con la tecnologia, prende sempre il massimo dei voti a scuola e ha una passione per lo spazio, le stelle, i pianeti, i misteri di ciò che sta lontano. Sua madre Antonella gli racconta ogni sera la stessa storia prima di dormire, inventata apposta per lui: si svolge su un pianeta chiamato K2 e ha come protagonista un androide di nome Delta 80. Federico non si stanca mai di ascoltarla. È un bambino che ama tutto in modo intenso. È preciso, è sveglio, ha quell’intelligenza viva che si vede negli occhi prima ancora che nelle parole. Ecco chi è Federico.

Ma nella sua vita c’è qualcosa che lo spaventa, anzi qualcuno che lo spaventa. Suo padre, Mohamed Barakat, che dalla nascita di Federico comincia a cambiare, prima lentamente, poi sempre più in fretta, fino a diventare un uomo che Antonella non riconosce più. Violento. Ossessivo. Instabile. Sparisce per giorni interi e poi torna all’improvviso, sempre più disturbato, sempre più imprevedibile. A Mohamed viene diagnosticato un disturbo bipolare della personalità. Fa uso di droghe. Segue Antonella con la macchina. La minaccia. Una volta tenta di spingerla giù da un ponte con l’auto, mentre Federico è seduto accanto a lei.

Antonella denuncia. Denuncia ancora. Denuncia diciassette volte. E per diciassette volte nessuno la prende sul serio. Ai tempi in Italia la legge sullo stalking non esiste ancora, arriverà soltanto nell’aprile del 2009, qualche settimana dopo che sarà già troppo tardi. I comportamenti di Mohamed non costituiscono reato. Le autorità non possono fare molto. O almeno così dicono.

Antonella Penati

Nel 2005 Antonella trova il coraggio di fare l’unica cosa giusta: allontana Mohamed da suo figlio e si rivolge al tribunale dei Minori di Milano, convinta che lo Stato possa proteggerli. Invece lo Stato la guarda e vede una madre esagerata. Una consulente tecnica d’ufficio la definisce iperprotettiva. Le dicono che le sue paure sono eccessive. Che è mossa dal desiderio di ledere la figura paterna. Il tribunale emette un provvedimento che la obbliga a far incontrare Federico con suo padre e ogni volta che lei solleva obiezioni, ogni volta che segnala la pericolosità di quell’uomo, le ricordano che se non rispetta le regole rischia di perdere suo figlio.

Antonella ottiene che gli incontri si svolgano in un ambiente vigilato. Un posto sicuro, le dicono. Un posto protetto. La sede dell’Asl di San Donato Milanese, con un educatore presente a supervisionare ogni incontro. Incontri protetti, li chiamano.

Ma Federico non ci vuole andare. Non ci ha mai voluto andare. Ogni volta che si avvicina la data lui si chiude, si intristisce, smette di essere il bambino che salta addosso a sua madre e diventa qualcosa di più piccolo, di più fragile. Chiama suo padre “quello lì”, non riesce a dargli altro nome, non riesce a riconoscergli altro ruolo. A metà febbraio del 2009 si sveglia nel cuore della notte piangendo disperato. Ha sognato che suo padre lo uccideva.

Da quel sogno alla realtà trascorre meno di una settimana.

Il 25 febbraio 2009 è il giorno dell’ennesimo incontro. Federico quella mattina è più agitato del solito, agitato come non lo è mai stato, come se dentro di lui sentisse qualcosa. Urla che non vuole andare. Dice ad Antonella che è stanco, che ne ha abbastanza, che quelle persone dei servizi sociali non capiscono niente di lui e che vuole andare lui stesso dal giudice a dirglielo. Aspetta di compiere nove anni, dice. Quando li compirà, ci andrà lui.

Il piccolo Federico

Uscendo dal portone le dice un’ultima cosa, una frase strana, densa di qualcosa che lei in quel momento non riesce a decifrare. Le dice di non preoccuparsi. Che tra poco suo padre muore.

In macchina Antonella cerca di calmarlo. Gli dice che non succederà niente. Che andrà tutto bene.

Sono le ultime parole che rivolgerà al figlio.

Federico entra nella stanza dell’Asl. L’educatore incaricato di sorvegliare l’incontro, per ragioni che ancora oggi non vengono spiegate in modo convincente, si allontana. Mohamed Barakat si è presentato all’appuntamento con una pistola e un coltello da cucina nascosti addosso. Nessuno lo ha perquisito. Non c’è un metal detector. Non c’è nessun controllo all’ingresso.

Quando il colpo di pistola riecheggia nel corridoio e qualcuno si affretta verso quella stanza, Federico è già a terra. Il proiettile lo ha colpito di striscio alla nuca, ma non è quello che lo uccide. Sono le coltellate che arrivano dopo, una dopo l’altra. Nessuno interviene, non subito almeno, mentre fuori dal corridoio il tempo continua a scorrere come se quella stanza non esistesse.

Sul corpo di Federico i medici trovano ferite da difesa sulle braccia, sulle mani, sulle dita. Ha combattuto. Si è difeso da solo, con tutte le forze che aveva, fino all’ultimo. Dalla prima ferita alla morte passano cinquantasette minuti.

Cinquantasette minuti in cui Federico è solo. Mohamed Barakat si toglie la vita subito dopo.

Antonella può rivedere suo figlio solo una settimana più tardi, il 3 marzo, il giorno del funerale.

Da quel giorno Antonella non si ferma. Denuncia i tre responsabili della vigilanza: la dirigente del servizio sociale, l’assistente sociale che seguiva il caso e l’educatore che avrebbe dovuto essere in quella stanza. Il caso quasi viene archiviato subito, con la formula morte del reo, come se Mohamed fosse l’unico colpevole. Antonella si oppone. Le indagini partono a rilento. Il fascicolo dei servizi sociali viene secretato dal sindaco di San Donato. Ci vogliono un anno e mezzo, l’intervento di un giudice e altri sette mesi di attesa per ottenerlo.

Il processo si celebra nel 2015, sei anni dopo. Durante il dibattimento scompaiono fascicoli processuali che ricompaiono qualche giorno dopo. In primo grado viene condannata solo la dirigente a quattro mesi. Il 27 gennaio 2015 la Corte di Cassazione assolve tutti e tre, stabilendo che il loro compito fosse unicamente quello di garantire lo sviluppo educativo del bambino. Proteggere Federico dalla morte, scrivono nella sentenza, non era di loro competenza.

Antonella viene condannata a pagare le spese processuali.

Nel corso del processo un sostituto procuratore aggiunge che in fondo Federico sarebbe stato ucciso comunque e che se Antonella avesse voluto salvarlo sarebbe dovuta scappare all’estero con lui. Scappare all’estero senza autorizzazione, per una madre in una causa di custodia, significa essere accusata di sottrazione di minore. Nessuno sembra cogliere la contraddizione.

Antonella ricorre alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Nel 2021 anche la Cedu respinge il ricorso. Antonella si appella alla Grande Camera, il livello più alto, l’ultimo tentativo possibile.

Antonella ha fondato l’associazione Federico nel cuore Onlus, che si batte per i diritti delle donne e dei bambini vittime di violenza. Continua a lottare perché qualcuno, un giorno, si assuma la responsabilità di aver lasciato suo figlio da solo in quella stanza.

Nel centro Asl di San Donato Milanese, stando a quanto riportato dal legale di Antonella, un metal detector non è ancora stato installato.