La notte in cui la banda della Uno Bianca uccise tre giovani carabinieri

Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, tutti poco più che ventenni, furono assassinati durante un normale servizio di pattuglia a Bologna.

Bologna – La sera del 4 gennaio 1991 si consumò uno degli episodi più tragici della lunga scia di sangue lasciata dalla banda della Uno Bianca. Al Pilastro, quartiere della periferia bolognese, tre giovanissimi carabinieri persero la vita sotto i colpi dei killer che avrebbero terrorizzato l’Emilia-Romagna per anni. Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini avevano poco più di vent’anni quando furono trucidati mentre svolgevano il loro servizio, in quella che doveva essere una normale serata di pattugliamento.

I tre giovani militari erano in servizio presso la stazione dei carabinieri di Bologna e quella sera stavano effettuando i consueti controlli nel quartiere periferico. Nulla lasciava presagire che quelle sarebbero state le loro ultime ore di vita. La routine del servizio venne spezzata in modo brutale e improvviso, trasformando una normale attività di controllo del territorio in una carneficina.

La dinamica dell’agguato fu tanto improvvisa quanto feroce. La pattuglia dei carabinieri stava percorrendo le strade del Pilastro quando, dopo aver eseguito un sorpasso su un’auto, si trovò improvvisamente sotto il fuoco di una violenta scarica di proiettili. Gli occupanti del veicolo, temendo di essere sottoposti a un controllo delle forze dell’ordine, non esitarono un istante e aprirono il fuoco senza alcun preavviso contro i tre militari. La raffica di colpi fu letale e i giovani carabinieri non ebbero alcuna possibilità di difendersi o di mettersi al riparo. Caddero tutti e tre, colpiti mortalmente, in quello che rappresentò uno degli attacchi più spietati mai compiuti dalla banda.

L’attacco rappresentò uno dei momenti più drammatici dell’intera vicenda della Uno Bianca, la banda criminale che operò principalmente in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994. Il gruppo, che prendeva il nome dalla Fiat Uno bianca utilizzata per gli assalti e gli agguati, fu responsabile di una serie impressionante di crimini violenti che causarono complessivamente ventiquattro morti e più di cento feriti in sette anni di attività criminale ininterrotta. La banda colpiva con estrema ferocia, spesso senza un apparente motivo, lasciando dietro di sé una scia di terrore che paralizzò intere comunità.

L’omicidio dei tre carabinieri ebbe un impatto devastante non solo sulle famiglie delle vittime, ma sull’intera città di Bologna e sulla regione Emilia-Romagna. La brutalità dell’azione, che aveva visto tre giovani al servizio dello Stato falciati mentre svolgevano il proprio dovere, scosse profondamente l’opinione pubblica e intensificò gli sforzi investigativi per catturare i responsabili. La vicenda dimostrò la pericolosità estrema della banda e la sua totale mancanza di scrupoli, anche di fronte a rappresentanti delle forze dell’ordine.

I tre giovani carabinieri caduti quella sera vennero successivamente decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, un riconoscimento che testimonia il sacrificio estremo compiuto mentre erano al servizio della comunità. L’onorificenza rappresentò un doveroso tributo al loro coraggio e alla loro dedizione, pur nella consapevolezza che nessun riconoscimento avrebbe potuto alleviare il dolore delle famiglie per una perdita così atroce e prematura.

La loro morte segnò profondamente Bologna e l’intera regione, diventando uno dei simboli più dolorosi del terrore seminato dalla banda. I nomi di Mitilini, Moneta e Stefanini sono rimasti impressi nella memoria collettiva come esempio di giovani vite spezzate dalla violenza criminale mentre cercavano di garantire la sicurezza dei cittadini. La loro storia è diventata parte integrante della memoria storica della lotta contro la criminalità organizzata in Emilia-Romagna.

Ancora oggi, a distanza di oltre tre decenni da quella tragica sera, persistono interrogativi irrisolti sulla vicenda della Uno Bianca. Nonostante la cattura e la condanna dei responsabili, molti aspetti della vicenda criminale rimangono avvolti nel mistero. I familiari delle vittime continuano a chiedere che vengano fatte luce su zone d’ombra ancora presenti, nella speranza che nuove indagini possano rivelare verità che all’epoca furono trascurate o non emersero completamente durante le fasi investigative e processuali. La ricerca di giustizia piena per Mauro, Andrea e Otello, così come per tutte le altre vittime della banda, continua ancora oggi.