Il depistaggio Scarantino, le prove cancellate, l’omertà istituzionale: una verità attesa da oltre 30 anni.
Palermo – Trent’anni sono passati da quella domenica pomeriggio del 19 luglio 1992 quando un’autobomba squarciò via D’Amelio a Palermo uccidendo Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Trent’anni durante i quali la figlia Fiammetta ha gridato una verità scomoda che molti preferirebbero non sentire: suo padre sapeva chi aveva ucciso Giovanni Falcone ma nessuno lo volle mai ascoltare.
“Già nei 57 giorni che intercorrono tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio inizia il depistaggio”, dice Fiammetta con quella schiettezza che è diventata il suo marchio. “A mio padre fu totalmente impedito di riferire quello che stava facendo anche rispetto alle indagini sulla morte di Falcone. Lui chiese alla procura di Caltanissetta di essere sentito ma non lo vollero mai ascoltare”.
Il 25 giugno 1992, meno di un mese prima di morire, Paolo Borsellino parlò alla biblioteca comunale di Palermo davanti a una folla di persone. Si sentiva isolato, abbandonato, consapevole del pericolo. In quel discorso pubblico, l’ultimo, disse di sapere chi aveva ucciso Falcone. Ma aggiunse che avrebbe riferito solo davanti a chi avesse competenza per ascoltarlo. Erano magistrati, uomini di diritto, uomini dello Stato. E nessuno volle sentirlo.
“Mio padre disse a mia madre: la mafia ucciderà anche me quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa Nostra avrà la certezza che adesso sono rimasto davvero solo”, racconta Fiammetta. Parole profetiche che si avverarono meno di due mesi dopo Capaci. “C’è stata la mano armata di Cosa Nostra ovviamente ma anche chi a questa mano armata ha spianato la strada, consegnando le teste di Falcone e Borsellino su un piatto d’argento. La famosa convergenza di interessi di cui parlava Falcone”.
La solitudine di Paolo Borsellino non era solo professionale ma esistenziale. Sapeva di essere in pericolo, sapeva che nessuno lo stava proteggendo, sapeva che le informazioni che aveva in mano potevano salvarlo o condannarlo. E scelse di non tacere, anche a costo della vita. “Io, oggi, da figlia, sono consapevole che mio padre è morto perché è stato abbandonato dai suoi colleghi“, dice Fiammetta senza giri di parole.
Quella solitudine si è trasferita sulla famiglia dopo la morte. “Finché siamo stati zitti, il salone di casa nostra era pieno di presunti amici di mio padre che venivano a raccontare balle a mia madre. Da quando invece io ho deciso di parlare, di dire senza peli sulla lingua che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono a più livelli, da quel momento ci siamo improvvisamente ritrovati soli. Di tutto quello stuolo di magistrati che ci stava attorno non si vede più nessuno”.
Il depistaggio non è iniziato nei mesi o negli anni dopo la strage. È iniziato nei minuti successivi all’esplosione. “Non venne attuata nessuna forma di tutela per quel luogo che era quello della strage tanto da permettere alla mandria di bufali di cancellare qualsiasi prova”, spiega Fiammetta riferendosi al comportamento inadeguato di alcuni addetti ai lavori che maneggiarono la famosa agenda rossa di Borsellino che poi sparì.
Poi arrivò Vincenzo Scarantino, il falso pentito su cui per anni si è costruita la narrazione ufficiale della strage. “Non furono fatte verbalizzazioni di sopralluoghi importantissimi da cui si poteva evincere da subito l’inattendibilità di Scarantino. Confronti tra Scarantino e mafiosi veri che non lo riconoscevano non furono mai depositati”. Magistrati come la dottoressa Boccassini si accorsero che alcuni non applicavano le norme del codice e scrissero lettere di denuncia interna. Ma quelle lettere furono semplicemente protocollate, nessuno le lesse, nessuno intervenne.

La Procura di Caltanissetta attuale ha definito quello su Scarantino “il depistaggio più grave della storia della Repubblica italiana” e ha chiesto condanne per tre poliziotti. Ma Fiammetta non si accontenta: “Nessuna mente vigile crederà che un depistaggio così grave sia stato compiuto da un manipolo di poliziotti. Gli investigatori sono controllati e coordinati dai magistrati. Eppure non c’è stato nessun accertamento di responsabilità né da parte del CSM né da parte della procura generale della Corte di Cassazione”.
Nei processi che ha seguito personalmente, Fiammetta ha assistito a scene surreali. “Ho visto decine di testimonianze di magistrati, avvocati, investigatori. Una sfilata di reticenza, di ‘non ricordo’ su fatti che avrebbero dovuto segnare anche le loro vite. Una cosa dal punto di vista umano veramente inaccettabile, misera, pietosa”. Un’omertà istituzionale forse più grave di quella mafiosa.
Anche Agnese Borsellino, la moglie di Paolo, lo aveva capito: “Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”. Parole che acquistano peso ogni giorno che passa senza verità.
Il tempo che scorre non aiuta. Trent’anni allontanano le prove, muoiono i testimoni, si può scaricare tutto sui morti. Ma Fiammetta non si arrende: “Ricordare non può essere una mera celebrazione, non può essere una santificazione perenne perché quando ciò accade diventa retorica. La memoria non può essere disgiunta dalla ricerca della verità”.
E la verità che chiede Fiammetta è scomoda: “Le menti raffinate di cui parlava Giovanni Falcone sono rimaste nell’ombra. Hanno avuto una convergenza di interessi affinché determinate stragi potessero essere portate a termine”. Non solo mafia quindi, ma pezzi di Stato che hanno voluto quelle morti e che hanno fatto di tutto per coprire le tracce.

Nonostante tutto, Fiammetta continua a credere nello Stato, continua a parlare nelle scuole, continua a raccontare la storia di suo padre ai giovani. “Mio padre l’ho visto sempre lavorare col sorriso, con la gioia per quello che stava facendo. Il suo è stato un atto di puro amore nei confronti della vita”. E aggiunge un monito attualissimo: “Non si può abbassare la guardia perché quando si allenta l’attenzione le organizzazioni criminali si riorganizzano”.
Paolo Borsellino lo disse chiaramente prima di morire, raccogliendo tra le braccia gli ultimi respiri di Giovanni Falcone: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano“. Ma aggiunse anche: “L’importante è che ci sia il coraggio”. Quel coraggio che trent’anni dopo sua figlia Fiammetta continua a dimostrare chiedendo verità a uno Stato che preferisce non rispondere.