Il carabiniere che ha sacrificato la propria vita per salvare i cittadini durante un agguato mafioso a Cutro.
Crotone – Era un martedì qualunque quel 13 gennaio del 1982. Francesco Borrelli, 41 anni, maresciallo dei Carabinieri, stava trascorrendo una giornata libera a Cutro, in provincia di Crotone. Niente divisa, niente armi, solo un pomeriggio da vivere come un cittadino normale. Ma c’è un istinto che non si toglie con la divisa, una vocazione che non si spegne quando finisce il turno.
In una frazione di secondo, tutto cambiò. Un’automobile si fermò nella piazza. Dalle portiere emersero canne di fucile. Lo sguardo del maresciallo corse dall’altra parte: sugli scalini di un bar, il boss Antonio Dragone, ignaro di quello che stava per accadere. In mezzo, la gente. Persone comuni che camminavano, chiacchieravano, vivevano.

Borrelli non estrasse un’arma, perché non l’aveva. Non cercò riparo, perché non era nel suo DNA. Fece l’unica cosa che la sua coscienza gli imponeva: gridò. Urlò con tutta la voce che aveva per avvertire, per spingere la gente a fuggire, per salvare chi poteva essere salvato.
I sicari non ebbero esitazioni. Le raffiche partirono. Francesco Borrelli cadde a terra, colpito mortalmente. Con lui morì anche Salvatore Dragone, altra vittima innocente di una guerra che non gli apparteneva. Il boss, paradossalmente, si salvò.
A Borrelli fu conferita la medaglia d’oro al valor civile. Non militare, nonostante fosse un carabiniere in servizio da anni. Il motivo? Non aveva sparato nemmeno un colpo. Una decisione burocratica che suona beffarda: l’uomo che ha dato la vita nel modo più puro possibile – disarmato – riceve un riconoscimento “minore” perché non ha imbracciato un fucile.
Nel frattempo, il comandante della stazione dei Carabinieri di Cutro, presente sulla piazza, si nascose dietro la saracinesca di un bar. Per questo fu degradato. Due destini opposti, due scelte diametralmente opposte nello stesso istante di terrore.
Nessun colpevole è mai stato condannato per la morte di Francesco Borrelli. Il suo nome oggi vive nell’elenco che Libera legge ogni 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell’Impegno. Migliaia di nomi, migliaia di storie. La sua è quella di un padre che lasciò due bambini di 6 e 7 anni, di un maresciallo che non era in servizio ma non smise mai di esserlo, di un uomo che scelse di urlare invece di scappare.
In quella piazza di Cutro, 43 anni fa, si consumò l’ennesima assurdità della violenza mafiosa: a morire furono gli innocenti, a salvarsi chi doveva essere eliminato. E a pagare il prezzo più alto fu chi cercò di impedirlo, armato solo della propria voce e del proprio coraggio.