L’ingenuità dei quattordici anni, tre “bravi ragazzi” e un (pre)giudizio che neppure le sentenze riescono a scalfire.
Niscemi – C’è una fotografia che non smette di fare male. Una ragazza con gli occhi scuri e il sorriso incerto, il tipo di sorriso che si impara a fare quando si vuole apparire più grandi di quello che si è. In quello scatto c’è Lorena Cultraro. Nata a Niscemi, provincia di Caltanissetta, il 9 novembre 1994. Morta in quello stesso angolo di terra difficile il 30 aprile 2008. Ha tredici anni quando tutto comincia. Ne ha quattordici quando finisce.
Niscemi è un paese di venticinquemila persone incastonato nell’entroterra siciliano, dove l’economia gira intorno all’agricoltura e i ragazzi crescono tutti insieme. La famiglia di Lorena è una famiglia normale, nel senso più pieno e onesto della parola: padre imbianchino e vigile del fuoco volontario, madre casalinga, un fratellino più piccolo, una zia al piano di sotto, i pasti insieme, i litigi piccoli, l’affetto grande.
I genitori si sono conosciuti a Livorno, giovanissimi, entrambi in Toscana per lavoro. Si sposano nel 1990 e scelgono di tornare a Niscemi quando la vita al Nord diventa troppo difficile, in cerca di una stabilità che sembra più raggiungibile tra le strade del paese d’origine. Quella stessa famiglia dovrà imparare, nel modo più atroce possibile, che l’amore non basta a proteggere i figli.

Lorena scrive su un diario quello che non riesce a dire a voce, come fanno i ragazzi quando le emozioni sono troppo grandi per essere spiegate. Scrive di Alessandro, un coetaneo che frequenta la sua stessa scuola a singhiozzo, preferendo i campi da calcio ai libri. Scrive delle farfalle nello stomaco, del conto alla rovescia prima del primo appuntamento, delle frasi che si costruiscono in testa e poi non arrivano alle labbra. Qualche pagina dopo mette, nero su bianco, cose più dure: che lui le chiede di avere rapporti, che lei non se la sente, che hanno litigato. E poi, una settimana dopo quella pagina: “Siamo andati al mare e io non ho più resistito. Sono sua”.
Alessandro non è mai solo. Con lui ci sono sempre Giuseppe, 16 anni, e Domenico, 17. Un terzetto inseparabile che passa le giornate sui motorini a fare le vasche, senza un progetto, senza una direzione. Lorena li accetta come parte del pacchetto, anche quando avrebbe preferito stare sola con Alessandro, anche quando in paese cominciano a mormorare, come si mormora nei paesi quando una ragazza fa cose che ai ragazzi vengono perdonate soltanto perché sono maschi.
Col tempo anche Giuseppe e Domenico cominciano a mandarle messaggi, a darle attenzioni, a farla sentire vista. E Lorena, che ha tredici anni e sta imparando che cosa significhi essere desiderata, non ha gli strumenti per capire che quello non è desiderio. È qualcos’altro. Qualcosa che non ha ancora un nome nella sua testa, ma che sul diario comincia a lasciare tracce inquiete.
Verso la fine di aprile del 2008 a Lorena non arrivano le mestruazioni. Compra un test di gravidanza e lo fa nel bagno della scuola, di nascosto, come si fa quando si ha paura di una risposta e ancora più paura di chiedere aiuto. Il test è negativo, ma i sintomi continuano. Nell’aula informatica cerca informazioni su internet e si convince di aspettare un figlio, senza sapere con certezza da chi. Nel suo immaginario una gravidanza avrebbe costretto Alessandro a sceglierla, a lasciare la fidanzata di cui fino a poco prima ignorava l’esistenza. È una speranza ingenua, nata in un contesto culturale dove certe situazioni impongono ancora, almeno in teoria, scelte riparatrici.

Quella sera manda lo stesso messaggio a tutti e tre: “Potrei essere incinta, il padre dovrà prendersi le sue responsabilità”.
Tre telefoni che vibrano. Tre ragazzi che leggono e vanno nel panico. Quella notte si danno appuntamento in piazza e decidono che Lorena è diventata un problema. Un grosso problema.
C’è solo la banalità assoluta del male: tre ragazzi che si convincono, parlandosi nell’oscurità di una piazza di paese, che una ragazza che avanza pretese va punita. Domenico lo scrive in un messaggio agli altri due, con la nonchalance di chi organizza un pomeriggio qualsiasi: Lorena deve morire.
Lorena esce da scuola, pranza con il padre, dice che va dalla nonna. Sua nonna non la vedrà mai.
Il branco l’aspetta in piazza. Quando lei dice che non vuole salire sul motorino, la prendono per i capelli. La portano in un casolare abbandonato nelle campagne di Valle Giumarra, lo stesso posto dove erano andati tante volte, in quei pomeriggi che lei aveva scambiato per qualcos’altro.

Lì la violentano a turno. La picchiano. La colpiscono sulla pancia, con una lucidità che fa più paura della rabbia, perché temono che sia incinta. Lorena chiede scusa. Giura che non dirà niente a nessuno. Probabilmente ha capito che la sua vita è in pericolo. Poi sembrano fermarsi. In quegli istanti forse Lorena pensa di essere salva, s’illude che il branco la risparmierà.
A quel punto Giuseppe afferra un cavo elettrico abbandonato in un angolo. Uno tira da una parte, un altro dall’altra. Il suo corpo viene portato fuori, danno fuoco a quello che riescono, poi le legano un masso alle caviglie e la gettano in un pozzo profondo cinquanta metri.
Quella sera i tre tornano a casa. Cenano con le famiglie come se nulla fosse. I genitori non notano niente di strano.
I carabinieri non credono alla fuitina, la voce che si diffonde subito in paese, quella che vorrebbe Lorena scappata con un uomo più grande di Vittoria, su una Golf. Convocano i conoscenti, i compagni di scuola. Tre nomi tornano sempre. Domenico, Alessandro e Giuseppe vengono interrogati, raccontano la bugia della Golf, si sono già messi d’accordo su cosa dire. Ma la versione vacilla al secondo interrogatorio.
Il 13 maggio la migliore amica di Lorena riferisce agli inquirenti che il giorno della scomparsa le aveva telefonato: doveva incontrare Alessandro e gli altri per chiarire. Quello stesso giorno un contadino che cerca asparagi nelle campagne si avvicina a un pozzo scoperto. Sul fondo vede qualcosa. È quello che resta di Lorena.

Alessandro crolla per primo durante l’interrogatorio e parla.
Quello che emerge dalle intercettazioni ambientali disposte nei giorni precedenti l’arresto va oltre la brutalità del crimine. Catturati mentre si confidano tra loro, convinti di non essere ascoltati, i tre commentano l’omicidio senza un filo di rimorso. Uno di loro dice che gli verrebbe voglia di andarla a prendere al cimitero per riempirla ancora di schiaffi… Un altro aggiunge che ammazzarla è stato bello e che vorrebbe farlo di nuovo con qualcun altro, se solo potesse farlo senza finire in prigione. Parole pronunciate con la leggerezza di chi discute di una giornata qualsiasi. Per gli investigatori la prova definitiva che non ci sono né pentimento, né consapevolezza.
Gli esami sul corpo rivelano un dettaglio che spezza tutto: Lorena non era incinta. La gravidanza che aveva scatenato la furia del branco non esiste.
Il processo si svolge al tribunale dei minori di Catania. Rito abbreviato, in ragione dell’età degli imputati. In aula le attiviste dell’Unione Donne Italiane distribuiscono volantini in cui chiedono che la sentenza non ridimensioni la gravità di quanto accaduto, che la barbarie non venga attenuata dal rito scelto. La condanna è di vent’anni per tutti e tre, confermata in appello nel 2009 e in Cassazione nel 2010. Il padre di Lorena non la considera giustizia: vuole l’ergastolo e vent’anni gli sembrano niente di fronte a una figlia che non tornerà più a casa.
Nel paese i commenti non risparmiano Lorena. Alle brave ragazze queste cose non succedono, dicono. Nel 2025 la Corte d’Appello di Caltanissetta condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri a risarcire il padre e il fratello di Lorena, Giuseppe e Giacomo Cultraro. Lo Stato, diciassette anni dopo, riconosce che una famiglia non può essere lasciata senza tutela. È un gesto tardivo, necessario, insufficiente.
Il fratello di Lorena, qualche tempo dopo la sua morte, scrive una poesia. Dice: “Era la più bella del quartiere. Un brutto giorno uscì con i più cattivi e mai più ritornò. Ma io l’aspetto ancora. La aspetto sempre. Era la più bella perché era mia sorella”.
Lorena Cultraro aveva un diario, gli occhi grandi e tutta la vita davanti. Aveva quattordici anni. Chiunque pensi che se la sia cercata dovrebbe leggere quelle pagine.

Ma a Niscemi, e non solo a Niscemi, c’è ancora chi non le leggerebbe. Chi trova più comodo costruire una storia alternativa, in cui Lorena è un personaggio ambiguo, una ragazza che frequentava certi ambienti, che qualcosa deve pur averlo fatto. È il giudizio che non ha bisogno di prove, perché nasce prima dei fatti e sopravvive alle sentenze. Un giudizio che assolve i carnefici per interposta colpa della vittima, che trasforma l’omicidio in una conseguenza logica di comportamenti sbagliati. Come se esistesse un comportamento sbagliato a tal punto da meritare un cavo elettrico al collo a quattordici anni.
Quello che colpisce, a distanza di anni, non è solo la violenza di tre ragazzi in un casolare. È la violenza diffusa, silenziosa, quotidiana di chi ancora oggi pronuncia il suo nome con una smorfia, di chi abbassa la voce per dire che in fondo qualcosa non tornava. Lorena è morta due volte: una nel casolare e una ogni volta che qualcuno decide che se l’era cercata. La seconda morte non ha colpevoli. E forse è proprio per questo che non smette mai di ripetersi.