Il rapimento e l’omicidio di un bambino di 17 mesi: una storia di ingenuità criminale, bugie e brutalità umana.
Parma – Era una sera come tante, il 2 marzo 2006, quando nella casa di Casalbaroncolo, piccola frazione nel parmense, la famiglia Onofri si ritrovò a tavola per cena. Paolo, funzionario delle Poste Italiane, sua moglie Paola, collega e compagna di vita, il figlio Sebastiano di otto anni e il piccolo Tommaso, diciassette mesi, affetto da epilessia. Una famiglia normale, in una casa normale, in una serata che avrebbe dovuto scorrere come tutte le altre. Poi, improvvisamente, il buio. Un blackout. Paolo uscì in cortile per controllare il contatore e si trovò davanti due uomini armati e mascherati. In pochi minuti l’incubo fu consumato: i coniugi e i bambini presenti in casa furono legati con nastro adesivo, consegnati centocinquanta euro di contanti, e quando gli Onofri riuscirono a liberarsi, il seggiolone di Tommaso era vuoto.
Gli Onofri si erano trasferiti a Casalbaroncolo solo pochi mesi prima, nel settembre 2005, lasciando il loro appartamento nella periferia di Parma per quella casa rurale ristrutturata che rappresentava il coronamento di un sogno familiare costruito con pazienza e sacrifici. Avevano acceso un mutuo, usato i soldi di un’eredità investito nel futuro. Non erano ricchi, non avevano conti in banca da far gola a nessuno. Eppure qualcuno li aveva scelti come bersaglio.
L’Italia si svegliò il giorno dopo con quella storia già impressa nei telegiornali. Gli appelli dei genitori si moltiplicarono, commossi e disperati, chiedendo ai rapitori di somministrare al bambino il Tegretol, il farmaco antiepilettico di cui non poteva fare a meno, due volte al giorno con precise dosi. Spiegarono persino che Tommaso chiamava quella somministrazione “il mommo”, chiedendo a chi lo teneva in ostaggio di usare quella parola per non spaventarlo. Erano dettagli strazianti, rivelatori di quanto quei genitori temessero per il loro bambino.

Arrivarono le parole di Papa Benedetto XVI, la solidarietà di Franca Ciampi, moglie del Presidente della Repubblica, fiaccolate, comitati spontanei, appelli dal palco del Festival di Sanremo. Ma dal fronte dei sequestratori, silenzio quasi assoluto. Nessuna vera trattativa, nessuna richiesta di riscatto credibile. Un vuoto inquietante che agli investigatori parve subito anomalo.
Le indagini si mossero in più direzioni contemporaneamente, coordinate dai sostituti procuratori Lucia Musti e Silverio Piro, con un fascicolo aperto anche presso la direzione distrettuale antimafia di Bologna. Gli Onofri non erano una famiglia benestante: chi avrebbe potuto aspettarsi un riscatto da loro? Una pista portava alla ‘ndrangheta, alimentata dalla dichiarazione di un ex affiliato che disse di essersi sentito proporre, nell’estate del 2005 in un ristorante della zona, un sequestro lampo ai danni di una famiglia di impiegati postali parmigiani.
Un’altra pista guardava al passato sentimentale di Paolo, al suo primo matrimonio concluso nel 1993. Gli investigatori esaminarono anche una rapina avvenuta nel 2001 nell’ufficio postale dove lavorava Paola e persino la scomparsa del cane di famiglia, avvenuta due giorni prima del sequestro. Nulla portò a risultati concreti. Nel frattempo la pressione mediatica raggiunse livelli tali che l’8 marzo la magistratura fu costretta a chiedere tre giorni di silenzio stampa, nel tentativo di arginare depistaggi e false segnalazioni che intasavano le indagini.
Poi, il 10 marzo, una scoperta che cambiò il clima attorno alla famiglia: in un magazzino di proprietà di Paolo Onofri, in via Jacchia, nel quartiere Montanara di Parma, gli inquirenti trovarono un vecchio computer con 391 fotografie, 92 file e decine di filmati di natura pedopornografica. Paolo disse di averli raccolti per fare una denuncia, che stava conducendo una sorta di indagine personale. La spiegazione non convinse nessuno. Il padre di Tommaso finì indagato anche per questo, in un procedimento separato che si chiuse con un patteggiamento a sei mesi di reclusione. La sua figura, già logorata da settimane di interrogatori estenuanti, diventò improvvisamente opaca e ambigua agli occhi dell’opinione pubblica, anche se nessun elemento collegò mai quella vicenda al rapimento del figlio.
Ma il vero filo da seguire era altrove. Durante i lavori di ristrutturazione del casolare, avvenuti nei mesi precedenti al trasferimento della famiglia, una squadra di muratori aveva avuto accesso prolungato alla casa e alla quotidianità degli Onofri. Uno di loro, Mario Alessi, quarantaquattro anni, con un precedente pesante alle spalle – una condanna per violenza sessuale commessa ai danni di una ragazza, costringendo il fidanzato carabiniere ad assistere – aveva appreso dal capomastro Pasquale Barbera che Paolo aveva mostrato una somma considerevole di denaro ricevuta in eredità.
Da quella informazione era nata, nella mente di Alessi, una convinzione tanto semplicistica quanto fatale: che la famiglia Onofri avesse ampie disponibilità economiche e che, attraverso il ruolo di Paolo alle Poste Italiane, fosse possibile ottenere un riscatto attingendo ai fondi dell’ente. Un piano fondato su un equivoco, costruito sulla sabbia, ma portato avanti con una ferocia che lascia ancora oggi senza parole.
Alessi non agì da solo. Coinvolse Salvatore Raimondi, ventisette anni, ex pugile con precedenti penali, attirandolo nel piano con la promessa di una parte cospicua del riscatto e con la menzogna che la famiglia Onofri fosse in qualche modo consapevole di quanto stava per accadere. Coinvolse anche la sua compagna, Antonella Conserva, che avrebbe dovuto aspettare i due complici con un’auto in un luogo convenuto e fare da carceriera al bambino durante la detenzione. Quella sera del 2 marzo tutto sembrò andare secondo i piani, almeno nei primissimi minuti. Poi qualcosa precipitò.

La svolta nelle indagini arrivò quando il RIS di Parma riuscì a isolare un’impronta digitale sul nastro adesivo usato per immobilizzare la famiglia quella sera. Era di Raimondi. Messo alle strette il 1° aprile 2006, dopo ore di interrogatorio, fu il primo a cedere. Confessò e accusò Alessi. Alessi a sua volta confessò e accusò Raimondi. Si scaricarono a vicenda la responsabilità dell’omicidio fino alla fine, ciascuno sostenendo di essersi allontanato prima che l’altro compisse il gesto irreparabile. La verità che emergeva da quelle versioni contrastanti era però una sola e devastante: Tommaso era morto la notte stessa del rapimento. Lo avevano ucciso, secondo la ricostruzione degli inquirenti, perché il bambino piangeva e “dava fastidio”, e perché i rapitori temevano di essere già braccati dalle forze dell’ordine. Ventiquattro ore dopo l’avvio del sequestro, quando in tutta Italia si accendevano candele per lui, Tommaso non era più vivo da ore.
La notizia venne trasmessa dai telegiornali in edizioni straordinarie prima ancora che qualcuno avesse avvertito la famiglia. Paola Pellinghelli lo seppe così, davanti a uno schermo. Disse poi di averlo saputo in cuor suo fin dall’inizio, da quando aveva visto i piedini del figlio allontanarsi nel buio quella sera.
Quella stessa sera Alessi guidò gli investigatori sulle rive del torrente Enza, tra San Prospero e Sant’Ilario d’Enza, in provincia di Reggio Emilia. Sotto pochi centimetri di terra e detriti, in una zona di materiali edili abbandonati, fu ritrovato il corpo di Tommaso. L’autopsia stabilì che il bambino era stato strangolato e colpito ripetutamente alla testa con un oggetto contundente, probabilmente una vanga o un badile. Aveva sofferto. La terra lo aveva preservato dalle intemperie e nessun animale selvatico lo aveva toccato. Una pietà della natura che contrastava in modo lacerante con la brutalità degli uomini.

I funerali si tennero l’8 aprile 2006 nel Duomo di Parma, alla presenza di circa cinquantamila persone. Celebrò il vescovo Silvio Cesare Bonicelli, che lesse un messaggio di papa Benedetto XVI. Erano presenti il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e numerose autorità. La salma fu tumulata al cimitero di Tizzano Val Parma.
Il processo si concluse con l’ergastolo per Mario Alessi, ventiquattro anni per Antonella Conserva e venti per Salvatore Raimondi. Sentenze confermate in appello e in Cassazione. Il capomastro Barbera, finito anch’egli nel mirino degli investigatori, fu assolto. La vicenda, come spesso accade nei casi che scuotono l’opinione pubblica, alimentò anche polemiche politiche accese, con voci che si levarono a chiedere la pena di morte, il processo sommario, il referendum. Rimasero voci, per fortuna.
Paolo Onofri non sopravvisse al peso di tutto ciò. Già segnato da seri problemi cardiaci, nel 2008 ebbe un infarto che lo lasciò in stato comatoso. Trascorse sei anni in quella condizione, ricoverato in una clinica e si spense il 15 gennaio 2014, senza mai svegliarsi. Paola Pellinghelli rimase a portare da sola il peso di una storia che non finisce mai davvero: negli anni successivi si batté affinché i condannati non ottenessero benefici penitenziari, commentando con parole di dolore ogni permesso concesso, ogni segnale che il sistema stesse aprendo una porta a chi aveva tolto la vita a suo figlio. Nell’agosto 2025, Salvatore Raimondi ha terminato di scontare la pena ed è stato liberato.