Il mistero di Marina Di Modica e Camilla Bini

Due donne scomparse, un filo comune, una trama intrecciata di assenze, coincidenze e indagini mai compiute.

Torino – Fine anni Ottanta e metà anni Novanta. Due donne, due sparizioni, nessun corpo. A distanza di sette anni l’una dall’altra, Camilla Bini e Marina Di Modica scompaiono senza lasciare traccia. Le loro storie sembrano inizialmente lontane, separate dal tempo e dalle circostanze. Eppure, con il passare degli anni, emergono coincidenze così precise da spingere investigatori e magistrati a interrogarsi sulla possibilità di un legame più profondo.

Camilla Bini scompare nell’estate del 1989 a Torino. La sua è una sparizione silenziosa, priva di elementi di rottura evidenti. L’appartamento è in ordine, la vita sembra sospesa a metà. Le indagini partono tardi e senza una direzione definita e col tempo il caso si raffredda fino a diventare uno dei grandi misteri irrisolti della città.

Sette anni dopo, l’8 maggio 1996, accade qualcosa di simile, ma con uno sviluppo completamente diverso sul piano giudiziario.

Camilla Bini

Marina Di Modica ha quarant’anni, è logopedista alle Molinette, vive da sola. È una donna metodica, puntuale, poco incline agli imprevisti. L’8 maggio segue una routine precisa. Finisce il lavoro in ospedale, va dal parrucchiere, fa acquisti in centro: scarpe e calze. Rientra a casa nel tardo pomeriggio. I sacchetti verranno ritrovati sistemati, segno che Marina non aveva fretta e non era agitata.

Poi esce di nuovo. Da allora, Marina Di Modica diventa un fantasma. Nessuno la rivedrà più.

Il dettaglio che orienta subito le indagini è un appunto sull’agenda: un incontro fissato per quella sera con un uomo di nome Paolo, per parlare di francobolli. Qualche settimana prima aveva ritrovato in soffitta una vecchia scatola di francobolli appartenuti a un prozio e voleva farli valutare. Non è un dettaglio marginale: è l’ultimo appuntamento noto, l’ultima scelta consapevole prima della scomparsa.

Gli investigatori risalgono rapidamente all’identità dell’uomo. Paolo Stroppiana, filatelico, professionista del settore. Quando viene ascoltato, inizialmente nega l’appuntamento. Poi cambia versione: l’incontro c’era, ma sarebbe stato annullato all’ultimo momento per un improvviso problema fisico. Sostiene di aver avvisato Marina telefonicamente, da una cabina pubblica.

È qui che la ricostruzione inizia a scricchiolare.

Non risultano telefonate compatibili con quella disdetta. Gli orari cambiano, i dettagli si spostano, le spiegazioni diventano imprecise. L’alibi fornito per la serata poggia esclusivamente sulle dichiarazioni della fidanzata dell’epoca. Nessun testimone esterno, nessuna prova oggettiva.

Nel frattempo, Marina non si presenta al lavoro il giorno successivo. Non chiama, non risponde. Per chi la conosce, l’ipotesi di un allontanamento volontario non è credibile. L’auto viene ritrovata nei pressi di un ospedale, chiusa, in ordine, senza segni di effrazione. Anche l’appartamento è intatto. Ancora una volta, nessuna scena del crimine.

L’inchiesta si concentra sempre più sull’ultimo appuntamento segnato in agenda. Non emergono altri incontri, relazioni parallele o piste alternative solide. L’impianto accusatorio si costruisce su una sequenza di indizi: le contraddizioni dell’uomo, l’assenza di riscontri, la coincidenza temporale tra l’incontro e la scomparsa.

L’ipotesi formulata è quella di un omicidio preterintenzionale: un incontro degenerato, una morte non pianificata, un corpo fatto sparire. È una ricostruzione che non poggia su prove materiali, ma su ciò che manca.

Il processo sarà lungo, complesso e discusso. La difesa insiste sull’assenza totale di elementi oggettivi: nessun corpo, nessuna traccia biologica, nessun luogo del delitto. L’accusa ribatte che l’insieme delle incongruenze, delle menzogne e delle omissioni costituisce un quadro sufficiente.

Alla fine, arriva una condanna definitiva a quattordici anni. Marina Di Modica viene dichiarata vittima di omicidio, pur restando una donna senza corpo, senza luogo, senza una ricostruzione completa della sua fine. Paolo Stroppiana viene condannato a 14 anni di reclusione. Dal 2019 è un uomo libero.

È proprio durante le fasi processuali legate a Marina che riemerge il nome di Camilla Bini. Non per una prova diretta, ma per una serie di sovrapposizioni: lo stesso ambiente professionale, relazioni comuni, una rete di conoscenze che collega le due donne attraverso gli stessi nomi.

Nel caso di Camilla, però, tutto si ferma prima. Nessuna agenda, nessun ultimo appuntamento tracciabile. Le indagini iniziali, lente e frammentarie, non riescono a costruire un impianto accusatorio. Il fascicolo resta aperto per anni, poi scivola nell’archivio dei casi irrisolti.

Così, Torino si ritrova con due storie speculari e un esito opposto: per Marina, una verità giudiziaria senza corpo; per Camilla, neppure quella.

Entrambe restano donne scomparse nel senso più radicale del termine: sottratte non solo alla vita, ma anche a una narrazione definitiva.