A tre decenni dal drammatico femminicidio di Antonella Guarnero, la Procura di Vercelli ha riaperto il fascicolo.
Monferrato – La storia di Antonella Guarnero si spezza nelle prime ore del primo gennaio 1993, quando la trentenne, impiegata come centralinista a Occimiano, scompare nel nulla dopo aver festeggiato l’arrivo del nuovo anno. Dopo un cenone a Roncaglia e qualche ora trascorsa in un locale di Casale Monferrato, la giovane salutò gli amici intorno alle cinque del mattino per rientrare nella casa di famiglia a Sogliano, nel Monferrato. A quella destinazione, però, la donna non è mai giunta viva, pur essendoci arrivata quasi a un passo.
La sua Lancia Y10 venne infatti ritrovata parcheggiata proprio nei pressi della sua abitazione, lasciando dietro di sé una scia di enigmi mai risolti. A terra figuravano alcuni suoi effetti personali, tra cui le scarpe e l’orologio, insieme alle impronte di pneumatici lasciate da un’altra vettura. Un dettaglio che ha da subito fatto ipotizzare un incontro inaspettato o un appuntamento improvvisato, culminato con la salita della donna su un secondo mezzo.
Poche ore più tardi, la tragica conferma: il cadavere di Antonella fu rinvenuto in un terreno agricolo in località Terfengo. L’esame autoptico chiarì la causa del decesso, attribuibile a uno strangolamento manuale collocato tra le 6.00 e le 7.00 del mattino. L’autopsia escluse la violenza sessuale ma evidenziò i segni evidenti di una colluttazione, prova che la vittima lottò disperatamente prima di soccombere. A ingarbugliare la scena intervenne poi il giallo della sua pelliccia color ghiaccio, scoperta giorni dopo in una località diversa, a Moncalvo. Il capo d’abbigliamento fu fatto lavare in tintoria da chi lo trovò prima di essere consegnato agli inquirenti, un gesto che cancellò per sempre eventuali tracce biologiche.
Oggi, a oltre trent’anni di distanza da quell’omicidio rimasto impunito, la vicenda giudiziaria riparte da zero. Un dettaglio sfuggito agli inquirenti dell’epoca potrebbe finalmente fare luce sul mistero. Su mandato di Pier Massimo Di Veroli, fratello della vittima, la criminologa Antonella Pesce Delfino ha riesaminato gli atti di indagine, individuando una pista investigativa rimasta colpevolmente inesplorata. L’intuizione ha spinto la Procura ad accogliere l’istanza di riapertura del fascicolo: dopo l’esumazione del corpo di Antonella, avvenuta a luglio, gli esperti sono ora al lavoro sul materiale probatorio sopravvissuto al tempo.
Le speranze di dare finalmente un volto all’aggressore sono ora affidate ai carabinieri del RIS di Parma, chiamati ad applicare le moderne e sofisticate tecnologie di estrazione del DNA che all’inizio degli anni Novanta non erano ancora disponibili.