Mentre il presunto assassino del pusher resta in carcere con l’accusa di omicidio volontario, la Procura di Milano punta i riflettori sull’intero commissariato.
Milano – La vicenda dell’uccisione di Abderrahim Mansouri, il pusher disarmato abbattuto a Rogoredo dall’agente Carmelo Cinturrino, continua ad agitare le acque dentro e fuori la questura di Milano. Su disposizione del questore Bruno Megale, i quattro poliziotti indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento sono stati rimossi dai loro incarichi operativi al commissariato di Mecenate, dove prestavano servizio insieme a Cinturrino la sera della sparatoria e assegnati a mansioni di altra natura. Una misura cautelare interna che segnala quanto la situazione all’interno del commissariato sia considerata delicata dalle autorità
L’agente accusato dell’omicidio volontario rimane intanto dietro le sbarre. Il giudice per le indagini preliminari ha confermato la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistere due rischi concreti: quello che Cinturrino possa tornare a fare del male e quello che possa tentare di condizionare le testimonianze dei colleghi, spingendoli ad allineare la propria versione dei fatti alla sua. Un timore tutt’altro che astratto, stando a quanto emerso nelle indagini.
È però la domanda di fondo a tenere banco negli ambienti giudiziari milanesi. La Procura non intende limitarsi a giudicare il gesto del singolo agente. Gli inquirenti vogliono capire se Cinturrino fosse un elemento isolato, un poliziotto che aveva sviluppato in autonomia un rapporto opaco con il mondo dello spaccio nella zona di Rogoredo, oppure se attorno a lui si fosse strutturato qualcosa di più organizzato: un sistema di estorsioni e pizzo ai danni dei pusher della zona, tollerato o ignorato all’interno del commissariato.