Una ragazzina di quattordici anni trovata massacrata sulla spiaggia di Manfredonia, una confessione che non ha mai convinto del tutto e una famiglia che da vent’anni continua a chiedere ciò che non ha mai avuto: la verità.
Foggia – La mattina del 12 novembre 2004, la quiete della spiaggia di Manfredonia viene spezzata da un’immagine che nessuno avrebbe voluto vedere. Tra gli scogli, il corpo di Giusy Potenza, quattordici anni, giace martoriato, il volto irriconoscibile sotto i colpi di una pietra pesante. È una scena che racconta una violenza feroce, incontrollata, quasi primitiva. La sera prima la ragazzina era uscita per una breve commissione, un gesto quotidiano che non lasciava presagire nulla. Non sarebbe mai tornata.
La famiglia, non vedendola rientrare, aveva iniziato subito a cercarla. La notte era trascorsa in un’attesa angosciosa, fatta di telefonate, passi nervosi, speranze che si sgretolavano minuto dopo minuto. Il mattino successivo, la verità si era presentata con la brutalità di un colpo secco: Giusy era stata uccisa con una violenza che non lasciava spazio a dubbi sulla natura dell’aggressione.

Le indagini si erano mosse con una rapidità che, col senno di poi, appare quasi sospetta. Nel giro di poche ore, l’attenzione degli inquirenti si era concentrata su Giovanni Potenza, cugino del padre della vittima. L’uomo aveva negato, poi aveva confessato. Una confessione tormentata, contraddittoria, in cui sosteneva di avere una relazione clandestina con la ragazzina. Una versione che la famiglia ha sempre respinto con forza, considerandola non solo infondata ma offensiva. Eppure quella confessione era bastata per costruire un impianto accusatorio solido, almeno agli occhi della giustizia. Giovanni Potenza era stato condannato a trent’anni di reclusione. Caso chiuso.
Ma chi conosce la storia sa che non è così semplice. Perché attorno a quella condanna si sono addensati dubbi, omissioni, dettagli che non tornano. La dinamica dell’omicidio, innanzitutto: la furia dei colpi, la forza necessaria per infliggerli, la modalità dell’aggressione. Tutto sembra raccontare una scena diversa da quella descritta dal reo confesso. Una scena più complessa, forse più affollata. Il nonno di Giusy, per anni, ha ripetuto una frase che pesa come una sentenza: “Perdonerò quando dirà chi erano i suoi complici“. Una convinzione che non ha mai abbandonato la famiglia, certa che la verità giudiziaria sia solo una parte della storia.
Ci sono poi le testimonianze delle prime ore, quelle che spesso vengono inghiottite dal caos iniziale e che invece, col tempo, assumono un peso diverso. Alcuni conoscenti riferirono di aver visto Giusy parlare con un ragazzo che la infastidiva. Un dettaglio mai chiarito, mai approfondito davvero. Un tassello che potrebbe cambiare la prospettiva, se solo fosse stato indagato con maggiore attenzione.
E poi c’è la confessione. Una confessione che, a distanza di anni, appare fragile, incoerente, quasi costruita per compiacere gli inquirenti più che per raccontare la verità. Nel 2023, dal carcere, Giovanni Potenza ha chiesto pubblicamente perdono. Un gesto che ha riaperto ferite mai rimarginate, ma che non ha aggiunto nulla alla ricostruzione dei fatti. Nessun dettaglio nuovo, nessun nome, nessuna ammissione diversa. Solo parole, che non bastano a colmare i vuoti.

Il caso di Giusy Potenza resta così sospeso, come una storia interrotta a metà. Una verità ufficiale che non convince, una verità reale che sembra sfuggire da vent’anni. La domanda che continua a rimbalzare è sempre la stessa: è davvero tutto qui? La violenza dell’omicidio, le testimonianze ignorate, la confessione incerta, la convinzione della famiglia che qualcuno abbia aiutato l’assassino: ogni elemento sembra suggerire che la storia sia più complessa di quanto raccontato nelle aule di tribunale.
Finché questi interrogativi resteranno senza risposta, il nome di Giusy Potenza continuerà a essere un’assenza che pesa, un dolore che non si spegne, una verità che non ha mai trovato il coraggio di venire alla luce. Una verità che, forse, qualcuno conosce ancora.