Una storia d’amore, un cognome sbagliato e la violenza cieca della mafia palermitana degli anni ’90.
Palermo – 22 marzo 1995. Giammatteo Sole ha 24 anni, fa il geometra, torna a casa dal lavoro. Due uomini lo fermano fingendosi poliziotti. Non lo rivedrà più nessuno.
Cresciuto in una famiglia solida e affettuosa, padre impiegato all’Esattoria, due fratelli, Massimo e Angela, Giammatteo era un ragazzo con la testa sulle spalle. Amava il calcio, il suo lavoro, la sua comitiva di amici. Niente, nella sua esistenza, sfiorava anche lontanamente il mondo della criminalità organizzata. Eppure la mafia lo raggiunse lo stesso, attraverso un canale che nessuno avrebbe potuto prevedere: una storia d’amore nata dentro quella stessa comitiva.
Tra i ragazzi che si ritrovavano insieme c’era anche Marcello Grado. Per tutti era semplicemente un amico, uno della compagnia. Nessuno sapeva, né Giammatteo, né i suoi fratelli, né gli altri, che Marcello era figlio di Gaetano Grado e nipote di Totuccio Contorno, nomi di peso nella mafia palermitana. Quando tra lui e Angela sbocciò una storia d’amore, la famiglia Sole non aveva motivo di allarmarsi. “Per noi era solo uno della comitiva”, racconta oggi il fratello Massimo. “Non sapevamo nemmeno chi fosse davvero.”
Tre settimane prima di quella sera di marzo, Marcello Grado era stato ucciso. Nella guerra interna che in quegli anni lacerava la mafia palermitana, tra i clan locali e i corleonesi di Totò Riina, era circolata una voce pericolosa: qualcuno stava pianificando il rapimento dei figli del capo dei capi. I Grado erano stati indicati tra i possibili responsabili di quel progetto. Fu così che i corleonesi decisero di interrogare chiunque potesse avere informazioni e il fratello della fidanzata di Marcello divenne, agli occhi dei killer, un punto di partenza. Giammatteo venne fermato, interrogato e ucciso. Non sapeva nulla perché non c’era davvero nulla che potesse sapere.
A raccontare come andarono le cose fu anni dopo Gaspare Spatuzza, uno dei due uomini che quella sera si erano spacciati per agenti di polizia e che in seguito scelse di collaborare con la giustizia. Le sue parole restituiscono con precisione disarmante l’assoluta innocenza della vittima: il ragazzo rideva alle domande che gli venivano rivolte, ignaro e incredulo. “Non c’entrava niente, niente di niente”, disse Spatuzza. “Un ragazzino veramente pane e acqua.” Quelle parole non cambiarono il corso degli eventi.
Per l’omicidio di Gianmatteo Sole, la Corte d’Assise di Palermo ha condannato Leoluca Bagarella come mandante e organizzatore, insieme ad altri sei imputati tra cui lo stesso Spatuzza. Lo Stato ha riconosciuto Giammatteo come vittima innocente di mafia, concedendo ai familiari i benefici previsti dalla legge 512/99.
Per anni la famiglia Sole ha tenuto il dolore lontano dai riflettori. Poi, lentamente, ha scelto di uscire allo scoperto. Massimo porta la storia del fratello nelle scuole, convinto che raccontarla ai giovani sia il modo migliore per onorarla. In una delle cerimonie più recenti, a Villagrazia di Carini, nel luogo in cui tutto ebbe inizio, decine di studenti lo hanno accolto con poesie, racconti e una corona di fiori. Tra gli abbracci dei bambini e gli occhi lucidi di alcuni passanti, la famiglia ha trovato forse una forma di conforto e la conferma che la storia di Gianmatteo merita di essere conosciuta.