Fortuna Loffredo, la bambina invisibile

L’infanzia violata in un quartiere che sceglie di tacere anziché proteggere: la lunga scia di abusi e paura dietro la morte di Chicca.

Caivano – È il 28 aprile 2013. Al Parco Verde di Caivano, un complesso residenziale nato dalle ceneri del terremoto, un bambino di tre anni di nome Antonio, Nino, per tutti, cade da una finestra. Le autorità parlano subito di incidente, i notiziari nazionali quasi ignorano la notizia. La vicenda si dissolve nel silenzio, come tante altre in quel palazzo grigio dove l’illegalità ha aperto le porte alla criminalità organizzata e al codice dell’omertà.

Passa poco più di un anno. Nello stesso edificio, al civico 3, si consuma un nuovo dramma. È il 24 giugno 2014. Una bambina di sei anni precipita dall’ottavo piano. Si chiama Fortuna Loffredo, per tutti Chicca. A trovarla a terra è un residente dello stabile, Salvatore Mucci, che la carica in macchina e la porta d’urgenza in ospedale. Ma per Fortuna non c’è nulla da fare. L’autopsia rivela qualcosa che va oltre il lutto: sul suo corpo ci sono segni inequivocabili di abusi sessuali reiterati. Qualcuno l’ha gettata nel vuoto mentre respirava ancora.

La madre di Chicca, Domenica Guardato, non ha dubbi.

“Me l’hanno fatta cadere di sotto”, dice la donna.

Nel palazzo cominciano a circolare dettagli inquietanti: manca una scarpa alla bambina, la destra, svanita nel nulla. I carabinieri avviano intercettazioni ambientali in tutto l’edificio, ma qualcuno le manomette sistematicamente. Il Parco Verde è territorio di spaccio, le forze dell’ordine non sono le benvenute e nessuno ha visto niente. O forse tutti sanno ma scelgono di tacere.

Una delle intercettazioni cattura la voce di una donna dell’ottavo piano che confessa al figlio: “La scarpa l’ho buttata io… non volevo che si sapesse niente”. I bambini del palazzo sembrano sapere qualcosa, ma gli adulti li zittiscono. Una nonna dice alla nipotina: “Se ti chiedono qualcosa, rispondi che non sai nulla”. In quel condominio i ruoli sembrano rovesciati: le figure familiari che dovrebbero proteggere diventano complici del silenzio.

fortuna loffredo

Sei mesi dopo la morte di Chicca arrivano i primi arresti. Le indagini portano alla luce un caso parallelo: una coppia è accusata di aver abusato della figlia di 12 anni. Il padre di famiglia è proprio Salvatore Mucci, lo stesso che aveva soccorso Fortuna quella mattina. Il cerchio si allarga ancora. Vengono arrestati Marianna Fabbozzi, madre del piccolo Antonio Giglio, e il suo compagno Raimondo Caputo, detto Titò. Sono accusati di abusi su una delle figlie di Marianna, amica intima di Chicca. Le bambine vengono allontanate e affidate a una struttura protetta. Ed è lì che cominciano a parlare, attraverso disegni, le confessioni, i diari. I racconti che emergono indicano una direzione sola: è stato Raimondo ad aver violentato e ucciso Fortuna.

Il piccolo Antonino Giglio

Una delle figlie di Marianna riferisce ai magistrati quanto accaduto quel giorno con una precisione devastante. Era in casa della nonna, sua madre era in cucina. Chicca arriva e le propone di giocare, ma lei è impegnata. Fortuna si lamenta per le scarpe, dice che le fanno male, scende a cambiarle e risale. Poi Raimondo porta Fortuna all’ultimo piano. La figlia di Marianna li segue. “La stava toccando”, dice. “Erano distesi, lui sopra di lei”. Chicca cerca di difendersi come può, gli dà diversi calci. Poi lui la prende in braccio e la butta giù. Nei giorni successivi, Raimondo le ripete:

“Sì, ho ucciso io Chicca”.

Caputo si proclama innocente. Pietro Loffredo, padre di Fortuna, all’epoca è in carcere per reati minori e da lì segue le indagini con un dolore che non trova sfogo.

“Non voglio un capro espiatorio tanto per chiudere il caso”, dice il papà di Chicca. “Voglio la verità. Voglio sapere se chi ha fatto questo ha agito da solo o se qualcuno l’ha aiutato. E perché ha ucciso mia figlia”.

Il 7 luglio 2017 Raimondo Caputo viene condannato all’ergastolo, Marianna Fabbozzi a dieci anni per il reato di concorso in abuso sessuale su minori e per omessa protezione delle proprie figlie, ritenuta responsabile di non aver impedito e in parte agevolato con la sua condotta omissiva gli abusi commessi da Raimondo Caputo sulle bambine. Le sentenze vengono confermate in appello nel 2018 e dalla Corte di Cassazione nel 2019. Oggi Caputo sconta la pena in un istituto di massima sicurezza. Il processo per la morte del piccolo Antonio Giglio si è concluso: Fabbozzi è stata assolta con formula piena “per non aver commesso il fatto”.

Domenica Guardato vive lontana da Caivano, si è trasferita al Nord. Nel gennaio 2024 ha dato alla luce un’altra figlia, Fatima.

“Un dono di Dio, non una sostituzione”, dice la mamma della piccola Fortuna. “Chicca resterà sempre Chicca”.

L’eco di quel grido spezzato, dodici anni dopo, non ha ancora smesso di risuonare.