La storia di un uomo condannato alla detenzione a vita per un duplice delitto di cui si è autoaccusato un collaboratore di giustizia. Tra ritardi e omissioni, la vita di un detenuto in attesa della verità.
Lamezia Terme (Catanzaro) – Ci sono condanne che nascono da prove schiaccianti e condanne che scaturiscono da convinzioni investigative che col tempo si rivelano fragili. Quella di Pasquale Primavera potrebbe appartenere alla seconda categoria. Sessantadue anni oggi, ventisei quando fu arrestato, ne ha passati più di trenta dietro le sbarre per un duplice omicidio che forse non ha commesso. E la cosa più assurda è che un collaboratore di giustizia accreditato si è autoaccusato di quel delitto, la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto di riaprire tutto, ma lui continua a marcire in cella mentre il tempo scorre inesorabile.
La storia parte da una sera di dicembre del 1990, il 22 per la precisione, quando Lamezia Terme viveva uno dei periodi più sanguinosi della sua storia. Guerra di mafia, regolamenti di conti, agguati che si susseguivano con una frequenza che aveva trasformato la città in un campo di battaglia. In quel contesto i fratelli Giuseppe e Raffaele Pagliuso erano bersagli designati. Avevano già subito attentati, viaggiavano su una BMW blindata, sapevano di essere nel mirino.
Quella sera intorno alle 20 nel rione Ospedale del quartiere Sambiase qualcuno apre il fuoco. Raffiche di kalashnikov bucano la blindatura della BMW. Giuseppe muore, Raffaele resta gravemente ferito. A un centinaio di metri viene trovato anche il cadavere di Antonio Perri, diciannovenne ammazzato con una pistola. Secondo la ricostruzione degli inquirenti era arrivato per soccorrere i Pagliuso ed è stato ucciso a sua volta.
Il giorno dopo scattano tre fermi: i fratelli Pasquale e Luigi Primavera e Gennaro Holzausen, diciotto anni. L’accusa è duplice omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione di armi da guerra. Gli investigatori indicano i Primavera come esponenti di una cosca avversaria ai Pagliuso. In quel periodo bastava appartenere alla famiglia sbagliata per essere considerati colpevoli. Il contesto faceva il resto: Giuseppe Pagliuso otto mesi prima era scampato a un agguato in cui era morto il fratello Felice di sedici anni. La spirale di vendette rendeva plausibile qualsiasi ipotesi.
Pasquale Primavera viene processato e condannato all’ergastolo. Il fratello Luigi evidentemente riesce a dimostrare la propria estraneità. La sentenza diventa definitiva e per anni tutto tace. Poi arriva la svolta che dovrebbe cambiare tutto ma invece non cambia nulla.
Pasqualino D’Elia, collaboratore di giustizia considerato attendibile dagli inquirenti, si autoaccusa del duplice omicidio. Racconta che il movente era legato a contrasti nella criminalità organizzata lametina. Fornisce dettagli, nomi, circostanze. Un pentito che si prende la responsabilità di un delitto per cui un altro uomo sconta l’ergastolo da anni dovrebbe scatenare un terremoto giudiziario. Invece succede quello che in Italia succede troppo spesso: tutto si impantana nella burocrazia.
La DDA di Catanzaro fa quello che deve fare: segnala l’esigenza di procedere alla revisione del processo nei confronti di Primavera. Si aprono indagini per riscontrare le dichiarazioni del pentito. Si raccolgono elementi, si verificano fatti, si costruisce un dossier. Tutto converge verso la necessità di riaprire il caso. L’avvocato Armando Veneto presenta formale istanza di revisione.

Il 15 novembre 2007 la Corte d’assise d’appello di Salerno respinge l’istanza. Fine. O meglio, dovrebbe essere la fine. Perché dopo una sentenza arrivano le motivazioni che spiegano perché i giudici hanno deciso così. E con quelle motivazioni la difesa può valutare se ricorrere in Cassazione. Ma le motivazioni non arrivano. Passa un anno, ne passano due, tre anni. Niente.
Luigi Primavera, fratello dell’ergastolano, scrive lettere per denunciare questa situazione kafkiana: “Mentre si parla tanto di processo breve, a tutt’oggi mio fratello non può sperare ancora di ricorrere in Cassazione per l’annullamento della sentenza della Corte d’appello di Salerno. E non sa neppure per quale motivo è stata respinta un’istanza di revisione motivata dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia ampiamente accreditato”.
Pasquale Primavera oggi ha sessantadue anni. Ne aveva ventisei quando lo arrestarono. Ha trascorso più di tre decenni in carcere vedendo sfumare la giovinezza, la maturità, l’inizio della vecchiaia dietro sbarre che forse non avrebbe mai dovuto vedere. Un collaboratore di giustizia si è autoaccusato del delitto per cui lui sconta il carcere a vita. La DDA ha ritenuto credibile quella confessione. Ma lui continua a restare dentro mentre qualcuno da qualche parte non ha fretta di spiegare perché.
Il sistema giudiziario italiano ha molti problemi ma questo è tra i più insopportabili: l’idea che il tempo non conti nulla quando in gioco c’è la libertà di un uomo. Anni per depositare motivazioni, anni per fissare udienze, anni che si accumulano mentre qualcuno marcisce in cella aspettando che qualcun altro si decida a scrivere quattro righe per spiegare una decisione.
E intanto a Lamezia Terme quella sera del 22 dicembre 1990 resta avvolta nel mistero. Chi ha davvero ucciso Giuseppe Pagliuso e Antonio Perri? Pasquale Primavera come sostiene da sempre? Pasqualino D’Elia come si è autoaccusato? O qualcun altro che non è mai emerso dalle indagini?
Una cosa è certa: il tempo scorre senza che nessuno sembri interessarsene e questa è una delle tante piccole mostruosità che il nostro sistema giudiziario produce quotidianamente senza che ci si scandalizzi più.