L’autore della ‘strage dei fornai’ sarebbe dovuto rientrare nella casa-lavoro dopo una licenza di 11 ore, ma ha fatto perdere le sue tracce.
Alba – Sei giorni. Tanto mancava a una possibile svolta nella vicenda giudiziaria di Elia Del Grande. Il magistrato di sorveglianza di Torino era atteso a breve per decidere se il cinquantenne fosse ancora socialmente pericoloso. Una valutazione che avrebbe potuto cambiare tutto. Invece, nel giorno di Pasqua, l’uomo non è rientrato nella casa lavoro di Alba dopo un permesso di undici ore. Svanito nel nulla, ancora una volta.
Per capire chi è Del Grande bisogna tornare al 7 gennaio 1998, a Cadrezzate, piccolo comune del Varesotto affacciato sul lago di Monate. Quella mattina il giovane imbracciò un fucile e sparò al padre, alla madre e al fratello. Li uccise tutti e tre. Il motivo: si opponevano al suo matrimonio con una donna dominicana. Ventisei anni di carcere, poi la misura di sicurezza in una casa lavoro. Una storia lunghissima, che sembrava finalmente avviarsi verso una conclusione.
Ma Del Grande ha già dimostrato di non saper o non voler aspettare. Lo scorso ottobre era già fuggito, calandosi dal tetto della struttura di Castelfranco Emilia con una corda di fortuna. Per tredici giorni aveva tenuto tutti con il fiato sospeso, muovendosi di notte in pedalò sul lago di Monate, scrivendo ai giornali e alle televisioni per protestare contro le condizioni delle case lavoro. I carabinieri lo avevano infine stanato a novembre, proprio nell’appartamento sopra il vecchio panificio di famiglia, dove l’insegna “Forneria Del Grande” campeggia ancora, quasi immutata.
Trasferito ad Alba, gli era stato affidato un compito simbolico: servire i pasti ai poveri della Caritas. Un’immagine di reinserimento che si è infranta puntualmente con la seconda sparizione. Questa volta a dare l’allarme è stato il cappellano della struttura. Le ricerche sono concentrate nelle zone che Del Grande conosce meglio: il lago, i boschi del Varesotto, i luoghi dell’infanzia a cui torna sempre.
A complicare il quadro c’è la figura di Rossella Piras, 60 anni, compagna conosciuta per corrispondenza, già indagata per la fuga di ottobre. Non è la prima volta che il suo nome compare in questa storia: nel 2015 aveva cercato di organizzare un’evasione dal carcere di Pavia degna di un film, con tanto di passaggio in taxi verso la Sardegna. Un piano fallito, come tutti gli altri. Finora.